Psicologia

Giudizio e senso di colpa

di Fabrizio Malvicini, psicologo e psicoterapeuta

Curiosando tra vari filmati di psicologia su YouTube ho scoperto con piacere che sono tanti i professionisti che mettono in luce gli effetti negativi del giudicare.

In compenso, ho trovato carenti le spiegazioni sul legame tra giudicare e il senso di colpa.

Infatti la maggior parte degli autori si limita a sottolineare che quando giudichi gli altri, non definisci loro, ma definisci te stesso.

Le persone giudicano sempre gli altri avendo come modello i propri limiti e l’opinione della società piena di preconcetti e timori.

Più che un attacco verso l’altro, giudicare è da considerarsi come l’affermazione del proprio modo di essere.

Perché giudicare è un processo così deleterio?

Innanzitutto bisogna prima capire cosa intendiamo con il termine giudicare.

In questo contesto lo consideriamo una forma di ipercritica che scatta in modo automatico, fa una valutazione distruttiva senza avere i dati e le conoscenze necessarie per una disamina profonda.

Giudicare le persone fa stare male perché equivale a giudicare sé stessi

e quando giudichi te stesso giudichi parti di te che non accetti; questo processo provoca una progressiva rigidità mentale.

Giudicare le persone alimenta la sofferenza perché equivale a porre sotto giudizio le parti di te in ombra che non accetti e di cui non hai consapevolezza.

Tutto ciò che degli altri ci irrita può portarci alla comprensione di noi stessi.

Il bisogno di giudicare è una malattia dell’io;

quando una persona supera i propri stereotipi avviene un cambiamento in modo naturale grazie ad una visione diretta delle cose, priva di impedimenti e di pregiudizi.

Nel momento stesso in cui affermi che una persona è buona, hai smesso di vederla perché l’hai già etichettata, incasellata e inserita in una categoria.

Definendo buono o cattivo d’ora in poi il tuo comportamento si baserà su queste etichette invece che sulla realtà.

Naturalmente, in questo modo, la realtà – le persone vere – continueranno a sfuggirti e si creeranno mille problemi e complicazioni.

Quando parli con una persona ti rivolgi a lei o all’immagine che tu hai di lei?

Quando due individui s’incontrano, in realtà ad incontrarsi non sono solo due persone bensì una folla; come minimo si è almeno in quattro: ci sono anche l’immagine che tu hai dell’altro e quella che lui ha di te, che non sono mai appropriate, perché la persona reale cambia e fluisce di continuo.

Una persona vera e genuina è incoerente: solo la gente fasulla e stereotipata è sempre coerente.

L’ipercritica ingigantisce il proprio ego e tende a sminuire gli altri. 

Una persona che critica sempre e negativamente non sarà mai in comunione con la vita: ciò che si giudica non si può comprendere.

Tu puoi osservare solo il comportamento e il comportamento non significa granché ciò che è veramente significativo è la persona e la sua intenzionalità.

Si deve addestrare la mente a vedere il lato positivo in ogni cosa.

Bisogna cercare di mettersi nei panni degli altri. Quindi pensare a cosa ha portato quella determinata persona in una data circostanza ad agire in quel modo

‘’La tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera alla comunicazione e alla comprensione (Carl Rogers)’’.

Adesso vorrei sottolineare un altro aspetto negativo del giudicare.

Il senso di colpa è direttamente proporzionale al ”sistema giudicante”; in pratica, più giudichiamo gli altri tanto più nutriamo i nostri sensi di colpa.

Cos’è e come nasce il senso di colpa? È un sentimento complesso che può nascere dal rimorso per azioni ritenute vergognose dal soggetto; oppure dal rimpianto per azioni o occasioni perse.

Ma esistono sensi di colpa totalmente gratuiti come ad esempio accade frequentemente nelle persone che sopravvivono a gravi incidenti o sciagure naturali.

Nella mia pratica clinica ho costatato che la causa più frequente dei sensi di colpa, si basa sul ritenere punibile la propria spinta vitale; ciò che normalmente è vissuto come peccato di solito non è altro che la spinta di crescita che persiste nonostante il Super Io sociale assorbito.

Questo Super Io agisce sempre castrando una delle due forze primarie della vita cioè l’aggressività e/o l’erotismo.

L’intervento castrante della morale familistica risulta chiaramente in quei casi in cui il senso di colpa scatta in seguito ad alcuni pensieri (ad esempio quando il bambino viene allevato in una famiglia bigotta va soggetto a forti sensi di colpa per avere  fatto “pensieri impuri”).

Più colpiamo gli altri con i nostri giudizi e più forte sarà la paura di far brutta figura.

Più siamo giudicanti più aumenta la rigidità interiore del super Io.

Una mente giudicante avanza con concetti assoluti, bianco e nero, “devi” e “non devi”, perché ha creato la prigione del dovere.

Questo atteggiamento ipercritico viene poi spostato su sé stessi assumendo una ricerca di perfezione che poi ci fa sentire incapaci.

Ormai gli psicologi sanno che il perfezionismo è una forma di nevrosi.

Il primo segno di maturità si manifesta quando il soggetto diventa consapevole che è egli stesso la causa di ogni suo dolore: quando smetti di accusare gli altri cominci a maturare.

Tutto ciò che serve è la “comprensione”, la consapevolezza e la capacità di vedere le cose per ciò che sono. Per riuscire in questo è necessario  applicare ciò che Husserl chiamava ‘Epochè ‘ : sospendere il giudizio, porre fuori uso le nostre convinzioni.

Fare  epochè significa mettere tra parentesi tutto quello che consideriamo certezze: le dottrine filosofiche, le affermazioni della scienza, le stesse persuasioni della vita quotidiana, perché tutte queste cose possono costituire un pregiudizio e, dunque, un ostacolo verso la comprensione delle cose stesse.

Il senso di colpa, accompagnato alla vergogna, è spesso proprio ciò che ci impedisce di accedere ai nostri sentimenti più autentici, fino a diventare patologico. Non riesci ad accettare semplicemente l’esistenza così com’è?

Se non la si accetta, non si riuscirà mai a cambiare nulla!

“Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica.
La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi” (Carl Gustav Jung).

Una strategia da utilizzare per allentare il senso di colpa è sicuramente quello di razionalizzare la situazione oggettiva. Infatti, parte dei casi di sensi di colpa sono basate su spinte emozionali.

Quindi bisogna distinguere la colpa soggettiva da quella oggettiva.

Poi, occorre imparare ad accettare che certe cose non potranno più essere cambiate; l’accettazione della situazione è essenziale per poter andare avanti e superare difficoltà

Nel caso che la colpa sia oggettiva bisogna avere il coraggio di scusarsi, il coraggio di vincere il proprio orgoglio.

Gli effetti più negativi sono che il soggetto stesso perde autostima, e pensa di meritare una punizione. 

Finisce continuamente a rimuginare su ciò che lui considera i fatti. 

Questi due effetti possono essere le premesse di una depressione dove il senso di colpa assume le caratteristiche di una ruminazione continua, di un costante senso di rammarico che porta la persona a convincersi di meritare estreme forme di punizione, che spesso innescano azioni autolesionistiche o addirittura tendenze suicide.

Un errore comune è quello di prendersi troppo sul serio.

Se vogliamo imparare ad amare noi stessi, occorre imparare a sorridere dei nostri cosiddetti peccati, soprattutto di quelli considerati “inconfessabili”.

L’uomo si perdona ogni volta che si principia in autenticità e in questo nessuno può sostituirlo.

Allora, il perdono innesca una primavera dell’anima, un reale processo di redenzione e rinascita.

Note dall’autore:

Fabrizio Malvicini, nato il 28/06/59 nelle colline piacentine, laureato a Pavia in Scienze Biologiche a indirizzo biochimico e farmacologico.

Per sette anni ho lavorato come Informatore scientifico farmaceutico e nel frattempo mi sono specializzato in una scuola di psicoterapia a orientamento umanistico ottenendo l’iscrizione all’Albo degli Psicologi e l’abilitazione all’esercizio della psicoterapia.

Dal 1995 lavoro in modo continuativo come psicoterapeuta privato a Roma.

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