Umanesimo

Feudatari da talk show

di Ferruccio Masci

“Non ho idea di come vengano assegnati i ruoli, insomma, perché proprio quella giornalista o quel ‘conduttore’, e già solo su questo termine ci sarebbe di che discutere, possano divenire i feudatari arroganti di una trasmissione di chiacchiere inutili che viene ribattezzata talk show? E poi stai attento, in Italia oramai hanno imparato come fregarti, basta che le loro “idee confuse” le chiamino in inglese e nessuno ha più nulla da obiettare, ricordi il job act? E che dire del look down, dello spread, della new economy, della spending review e dei navigator?”

Come sa essere caustico l’amico Gershom Freeman! Quella sera mentre assaggiavamo, seduti nel patio di casa sua affacciata sul golfo di Squillace, un ottimo vino bianco del veneto, nel nostro silenzio gaudente si era delicatamente intrufolata una canzone che, se non ricordo male, era cantata da Caparezza il quale, vado a memoria, parodiando un ipotetico talk-show, proponeva un argomento di interesse collettivo, interesse o patologica sbirciata da buco della serratura non saprei, una cosa del tipo: ‘’Il papà se ne è andato quando lei era ancora piccina e si era poi sposato con un transessuale’’: bene, apriamo il dibattito, chi vuole dire qualcosa? Forse in italiano non abbiamo un termine così sintetico come talk-show che dovremmo tradurre con spettacolo di chiacchiere o mostra di parole ma che, presuntuosamente, diviene: trasmissione radiofonica o televisiva di interviste a personaggi di rilievo. Mi sembra più corretta la prima versione visto che troppo spesso la cosiddetta intervista è un brancolare di opinioni delle quali nessuno pretende di conoscere le fondate radici espresse da personaggi apparentemente onniscienti per i quali è frequente il tranquillo auto-confutarsi nella chiacchierata successiva.

“Il premier ha confermato la propria leadership affrontando nel corso del question time il tema della new economy e della spending review nell’ottica di evitare il default e non superare la deadline individuata nel livello dello spread. Il work in progress a tutela del welfare ha registrato una new entry, la centralità del know-how che possediamo la cui tutela non ci collocherà come outsider garantendo le nostre performance e mantenendo l’attuale rating. Un team di leader individuati dal Governo ha tracciato la road map che, nel rispetto delle indicazioni dell’authority per la privacy, ha prodotto una efficacissima vaselina che eviterà ulteriori bruciori all’italiano medio” e mi fermo a questo punto del monologo improvvisato dall’amico Gershom poiché l’ottimo vino e l’assenza di orecchie di minori lo aveva liberato a ben più iconoclasti eccessi.

Resta un tema che mi sembra rilevante: l’invasione di trasmissioni di chiacchiere nei palinsesti televisivi è figlia o madre del populismo? Le posizioni articolate e filosoficamente fondate che negano l’oggettività riportando il centro della questione sul soggetto responsabile dell’interpretazione e sulla “prospettiva ermeneutica” non si è forse trasformata in un triste sgocciolare di banalità da bar sport che cascano sull’opinione pubblica? I litigi reali o recitati da parte di opinionisti apparentemente accesi a difesa dei propri punti di vista non trascinano i dibattiti su temi centrali come quelli economici, della sicurezza o etici sullo stesso piano delle feroci diatribe sull’assegnazione di un calcio di rigore? E ancora, tornando all’incipit di Gershom, i ducetti che conducono la conversazione decidendo chi come e quando far intervenire i vari partecipanti, perché mai sono tanto arroganti? Sono super partes, almeno preliminarmente, o esplicitamente schierati e al soldo di qualche potere?

Un’altra espressione inglese che rientra di diritto in questo breve excursus credo sia: reality show. A mio avviso una sorta di occulto ossimoro concettuale: rappresentazione reale. Carezzando col pensiero il profondo e attualissimo filosofare schopenhaueriano chiediamoci se la rappresentazione della realtà possa mai essere identificata come realtà. Mi sembra illuminante un’affermazione di Umberto Eco: “I mass media prima ci hanno convinto che l’immaginario fosse reale, e ora ci stanno convincendo che il reale sia immaginario, e tanta più realtà gli schermi televisivi ci mostrano, tanto più cinematografico diventa il mondo di tutti i giorni. Sino a che, come volevano alcuni filosofi, penseremo di essere soli al mondo, e che tutto il resto sia il film che Dio o un genio maligno ci proietta davanti agli occhi”.

Grande responsabilità nella costruzione e celebrazione del pericoloso piano inclinato rappresentato da Eco va attribuita, mi sembra evidente, proprio a quelle trasmissioni nelle quali le apparenti diverse prospettive di osservazione dei fatti coincidono in un vorticare acceso di gesti, mimiche e ammiccamenti, abbigliamenti accuratamente studiati per catturare un determinato pubblico, teatralità inutili alla comprensione ma efficacissime per la creazione del personaggio, insomma, quella che è la più bieca televisione che cancella il senso profondo della parola annegandola nel magma confuso dell’immagine che, proprio mentre comunica, svuota di contenuto intelligente l’informazione fino a renderla di fatto assente.


Ricordo un’affermazione di Eliezer Wiesel, un acuto pensatore rumeno di origine ebraica sopravvissuto all’olocausto: “Ciò che si sta perdendo è la magia della parola. Io non sono una persona legata all’immagine. L’immagine appartiene a un’altra civiltà: quella dell’uomo delle caverne. L’uomo delle caverne non poteva esprimersi così ha messo le immagini sulle pareti”.

Paradossalmente nelle trasmissioni basate sulla parola, i talk show appunto, la parola viene svuotata dall’interno trasformandosi in sterile simulacro del quale sono remunerati sacerdoti gli opinionisti. Ma oramai per tutti è reale la rappresentazione, insomma, poiché crediamo solo in ciò che vediamo e la televisione (vale lo stesso discorso per i video dei social ovviamente) è immagine da vedere e da credere, è inevitabile che ciò che è rappresentato divenga realtà. Certo, possiamo sempre applicare la graffiante teoria di Groucho Marx che affermava: “Trovo la TV molto istruttiva. Ogni volta che qualcuno mette in funzione l’apparecchio, me ne vado nell’altra stanza a leggere un libro” ma temo sia il comportamento di una minoranza in via di estinzione.

Credo che si possa comprendere perfettamente l’essenza del problema riflettendo sul concetto di star system, tanto per celebrare l’italica anglofilia denunciata dall’amico Gershom. È il personaggio che aggancia e pilota il pubblico, interessante è sottolineare che ancora una volta è l’inglese a chiarire il concetto, anchorman, o anchorwoman, infatti, indica proprio chi ti ancora, grazie al suo innegabile carisma, alla trasmissione televisiva. Non dimentichiamo, però, che l’ancora può essere utile quando vogliamo sostare, ma diviene dannosa quando ci impedisce il movimento e addirittura mortale quando ci trascina sul fondo. Quanto spesso i nostri “conduttori” sono inequivoci esempi di delirio di onnipotenza, possono gestire “la loro trasmissione”, autorizzare alla parola o condannare al silenzio, determinare l’ascesa di un opinionista decretando la caduta di un altro … quanto potere mediatico nelle mani di nani! Jean Baudrillard, che di televisione e spettacolo si è occupato con estrema profondità, con graffiante cinismo afferma: “La gloria presso il popolo, ecco ciò a cui bisogna aspirare. Niente varrà mai quanto lo sguardo sperduto della salumiera che ci ha visto in televisione”.

Come non comprendere, allora, che docenti universitari, primari di importanti ospedali, scrittori e giornalisti della carta stampata, siano disposti a sottostare al ricatto di chi, non chiediamoci come, ha ottenuto il potere e il conseguente diritto di promuovere il tuo ultimo libro, mostrare il tuo volto allo spettatore, regalarti tempo e modo di comunicare le tue opinioni, poiché ben viste dall’onnipotente e onnisciente conduttore, l’arrogante feudatario ha comperato con facilità anni di studio e professionalità barattandoli con la “gloria della visibilità”.

Nota dall’autore:

Ferruccio Masci è nato molto tempo fa in una notte di halloween, dopo anni di vita itinerante ha trascorso un lungo periodo stanziale a Milano ma da alcuni anni si è trasferito nell’entroterra di Varazze (SV) dove vive in un bosco che lascia intravedere laggiù un occhieggio di mare. Oltre all’attività letteraria si occupa di teatro (ha fondato una compagnia teatrale ed ha gestito per anni il teatro Ariberto di Milano) saggistica (filosofia, arte, storia, psicologia), ha insegnato storia dell’arte, storia della letteratura, storia e filosofia. Ha pubblicato racconti e poesie in diverse riviste, alcuni romanzi, numerosi saggi critici di filosofia, storia, arte e letteratura e diversi copioni teatrali più volte rappresentati, collabora con alcune testate giornalistiche sul web.

‘’Il selvaggio’’, foto e opera di Claudia Radi, ispirata dal libro dell’antropologo Claude Lévi-Strauss : ‘’Il pensiero selvaggio’’

Rispondi Annulla risposta