Tre anni fa ho scritto un articolo sul mio blog che trattava di imprenditoria e società, evidenziando come spesso questo binomio non venga riconosciuto adeguatamente.
In quell’articolo (che potete trovare nell’archivio del blog) sottolineavo l’importanza dell’imprenditore, ponendo in primo piano “la persona”.
Alla luce della crisi delle imprese in Italia, che perdura ormai dal 2018, e considerando l’impatto della pandemia del 2020, che ha colpito profondamente l’umanità e ha aggravato la situazione economica e sociale, desidero scrivere un nuovo articolo sull’argomento.
L’obiettivo è offrire nuovi spunti di riflessione e rafforzare l’importanza di mettere al centro la persona nell’ambito imprenditoriale, anche di fronte alle sfide attuali.
L’imprenditore e l’imprenditrice sono figure imprescindibili per il progresso economico e sociale, ma oggi più che mai si trovano ad affrontare sfide complesse e inedite.
È infatti evidente che molti giovani talentuosi si orientano verso il lavoro dipendente, spaventati dalla complessità del mercato e dalle incertezze legate all’imprenditorialità, preferendo stabilità e sicurezza.
Tuttavia, è fondamentale promuovere un ambiente che favorisca l’innovazione, la formazione e il supporto alle iniziative imprenditoriali, affinché le nuove generazioni possano esprimere, come le precedenti, capacità, creatività e personalità, riscoprendo il valore e le opportunità offerte dall’imprenditoria.
Solo così il nostro Paese potrà riprendere a crescere e promuovere uno sviluppo sostenibile.
La crisi delle imprese, prolungatasi ormai dal 2018, ha evidenziato non solo le fragilità del sistema economico, ma anche la necessità di ripensare il ruolo dell’imprenditore sia come persona che come protagonista di un ecosistema più ampio e interconnesso.
La pandemia ha ulteriormente aggravato questa situazione, colpendo duramente individui e imprese e lasciando spesso cicatrici profonde che richiedono attenzione, formazione e una rinnovata consapevolezza.
In questa fase storica, l’imprenditore o l’imprenditrice provvidenziale, capace di creare aziende e posti di lavoro, si distingue innanzitutto come individuo che deve investire sulla propria crescita personale e professionale.
La formazione, intesa sia come acquisizione di competenze sia come capacità di adattarsi ai mutamenti, diventa un elemento imprescindibile.
Oggi molte competenze possono essere acquisite attraverso studi accademici, corsi di aggiornamento o esperienze pratiche, ma altre richiedono un ambiente favorevole alla crescita: uno spazio in cui respirare, riflettere e innovare senza pressioni o condizionamenti esterni.
È fondamentale, quindi, creare ambienti che favoriscano la mente e l’anima, affinché l’imprenditore possa sviluppare non solo capacità tecniche, ma anche intuito e quella sensibilità umana e sociale che caratterizza un vero leader.
Ritengo che siano tutte le istituzioni a doversi fare carico della responsabilità di creare tali ambienti.
In un contesto così complesso, la capacità leaderistica dell’imprenditore o dell’imprenditrice si rivela ancora più cruciale.
Tuttavia, questa capacità non può più essere riconosciuta, apprezzata e sostenuta da chi si focalizza esclusivamente sul profitto.
Se l’obiettivo primario è il guadagno immediato, si rischia di perdere di vista il valore umano e sociale insito nel ruolo imprenditoriale.
Imprenditoria e società dovrebbero costituire un binomio inscindibile, volto a promuovere un’evoluzione che vada oltre il mero profitto per abbracciare sostenibilità, responsabilità e umanità.
Gli italiani hanno dimostrato più e più volte la loro disponibilità al sacrificio, ma non si può continuare a ignorare che il peso delle mancate scelte istituzionali adeguate continua ancora a ricadere sui cittadini.
La progettualità è sempre in ritardo o addirittura assente rispetto alle necessità della società, alla sua evoluzione, allo sviluppo del suo spirito di iniziativa e indipendenza.
Non possiamo diventare tutti impiegati statali per essere sicuri che la scure della crisi non si abbatterà mai su di noi.
Non possiamo dimenticare cosa significa avere coraggio, perché nessuno lo considera più un valore importante.
La massificazione e le aggregazioni forzate sembrano ormai diventate l’unica via percorribile per fronteggiare la crisi.
In questo modo, rischiamo di generare una gestione automatizzata e meccanicistica delle imprese, riducendo l’elemento umano a un semplice dato numerico, calpestando il suo intuito e indebolendo il senso di comunità e di responsabilità condivisa.
In questo scenario, è fondamentale che gli imprenditori e le imprenditrici ritrovino il coraggio di investire nella personalizzazione, nell’innovazione sociale e nella cura delle relazioni umane all’interno delle proprie organizzazioni.
Solo così potranno contribuire a costruire un ecosistema imprenditoriale più resiliente, etico e sostenibile, capace di affrontare le sfide future con un approccio che valorizzi non solo il profitto, ma anche il benessere collettivo e la tutela dell’ambiente.
In definitiva, il ruolo dell’imprenditore e dell’imprenditrice oggi più che mai richiede una visione integrata, che coniughi competenza, responsabilità sociale e capacità di innovare, affinché il progresso economico non sia solo un obiettivo numerico, ma anche un motore di sviluppo umano e sociale sostenibile nel tempo.
Inoltre, e per concludere: vogliamo ricordare a tutti che questa attività porta a una grande soddisfazione personale, che può fare la differenza nella vita di chi la vive?
Vi invito, quindi, a un cambiamento di paradigma nel quale siamo tutti parti attive, che valorizzi l’etica, la formazione e la responsabilità, elementi fondamentali per uno sviluppo sostenibile e umano.
Di Claudia RADI, commercialista e giurista.
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