Dopo un intervallo, torno qui con un testo già pubblicato — prima di un’altra breve pausa.
Questo racconto è apparso sul blog il 24 maggio 2022.
Lo ripropongo oggi così com’è, con solo alcune correzioni formali.
Scriverlo è stato, per me, estremamente divertente: un piccolo esercizio di osservazione e immaginazione, in cui mi sono cimentata con la fantascienza, ripensando ai libri di Isaac Asimov che lessi e a quanto mi hanno appassionato.
Rileggerlo oggi significa ritrovare una dimensione iniziale: un linguaggio, un ritmo, un modo di osservare e riconoscere le cose prima ancora che le idee si stabilizzassero.
In seguito all’attività di perfezionamento estetico dei robot da parte delle industrie produttrici, e la conseguente, evidente impossibilità di distinguerli solo visivamente dagli umani, si ritiene utile divulgare il seguente vademecum al fine di agevolarne il riconoscimento.
Di seguito alcune importanti indicazioni:
in primo luogo, l’umano è detentore dell’unicità, a differenza dei robot che sono detentori di memi.
Unicità intesa in senso lato, cioè come “essere unico”, diverso da qualunque altro.
L’umano che abbia preso coscienza di tale unicità è inconfondibile: agisce con evidente consapevolezza delle sue azioni.
L’acquisizione della coscienza scaturisce da un percorso individuale e da un percorso di relazioni con gli altri: tali motivazioni lo spingono alle aggregazioni e alla socializzazione, rendendolo così percepibile al di là del suo aspetto esteriore.
L’evidenza dell’essere unico, che si esplicita nel confronto con l’altro, contestualmente ricongiunge alle molteplici sfaccettature dell’ente supremo che accomuna e arricchisce tutti: percepire tali momenti estatici conferma la natura umana.
L’essere umani, in sintesi, implica il sapersi relazionare con altri esseri umani.
Il robot, infatti, non ha bisogno di relazioni (meno che mai potrebbe averne di consapevoli), non ha emozioni né sentimenti, e non è capace di empatia, ma soprattutto non possiede l’istinto, che è proprio della condizione di essere viventi.
Il robot, inoltre, ragiona con nozioni inserite da altri, senza la capacità di verificarle nel contenuto durante un eventuale confronto (che è il fine ultimo di qualunque comunicazione funzionale).
Il robot non possiede la spiritualità e neppure anela ad essa.
Esistono quindi, attualmente, due dimensioni che sono state generate rispettivamente dall’umano e dal robot: quella robotica e quella umana.
Nella dimensione robotica è assente la rabbia e l’aggressività, e questo perché entrambe le reazioni si possono considerare di natura umana: un sentimento la prima e uno strumento di difesa la seconda.
Il robot è prevalentemente spietato, ma non è rabbioso e aggressivo perché non è umano.
Attenzione a quest’ultima evidenza: l’umano, a differenza del robot, può essere rabbioso, ma questo suo stato gli impedisce il contatto con l’essere.
Quindi la rabbia si può definire un “sentimento che identifica un umano”, ma la dimensione rabbiosa provoca l’allontanamento dell’essere nell’umano che se ne lascia invadere.
L’umano rabbioso, infatti, consumerà inutilmente le sue energie vitali, dandole in pasto gratuitamente ai parassiti esistenti che non aspettano altro che nutrirsi con tali dispersioni.
Quindi, nell’eventualità in cui un umano si renda conto di trovarsi di fronte a un robot, è opportuno che controlli il sentimento della rabbia nel momento stesso del suo insorgere: il robot è spietato, ma non sa che l’essere umano, privato della rabbia, può essere determinato al punto tale da causargli un corto circuito.
Questo come conseguenza dell’esaurimento delle possibilità (codificate all’interno del robot in modo limitato) di contrastare la dimensione umana.
L’essere umano, infatti (a differenza del robot), non è limitato nelle possibilità di azione: la sua capacità creativa è infinita.
Per quanto riguarda l’aggressività, se istintuale e non negativa, può essere considerata un valido strumento di difesa per l’umano che la dovesse utilizzare per reagire e difendere le sue specificità, così da evitare di rimanere schiacciato dall’incedere spietato della logica robotica, il cui unico scopo è quello di diffondere memi (imitazioni uniformanti) e annullare la logica vitale dell’accettazione della diversità e dell’unicità, proprie della specie umana.
Auspichiamo un maggiore senso di responsabilità individuale dell’umano, al fine di contenere il diffondersi della dimensione memetica (robotica..) attraverso il mondo digitale.






