Persone attraversano un grande portone illuminato da una forte luce naturale, simbolo di un passaggio verso un nuovo percorso.

Volume secondo: Sulla poesia e l’autenticità. Un viaggio tra psicoterapia e riflessioni personali.

Quando ho iniziato a scrivere il primo volume del mio saggio, sentivo l’urgenza di condividere alcune consapevolezze maturate durante un percorso di ricerca personale.

La poesia è stata il linguaggio attraverso cui quella ricerca ha trovato voce.

Con il tempo, tuttavia, mi sono resa conto che la domanda più importante non riguardava la poesia, ma l’autenticità.

Che cosa significa essere autentici?

Siamo davvero ciò che crediamo di essere oppure, almeno in parte, il risultato dei ruoli che abbiamo imparato a interpretare fin dall’infanzia?

Il secondo volume nasce da queste domande.

Non è un manuale di psicoterapia, né un’autobiografia nel senso tradizionale del termine.

È il racconto di un percorso di conoscenza nel quale la riflessione personale incontra il metodo psicoterapeutico per comprendere come si formi il carattere e come possa emergere, al di là dei condizionamenti ricevuti, la personalità autentica.

Con il passare degli anni ho compreso che la spontaneità non è un punto di partenza, ma una conquista.

Non consiste nel dire tutto ciò che si pensa, bensì nel riuscire a riconoscere ciò che appartiene veramente a noi e distinguerlo da ciò che abbiamo imparato a essere per adattarci al mondo.

Ogni capitolo prende avvio da un episodio della mia vita, ma il suo obiettivo non è raccontare il passato: è comprenderne il significato e ricavarne strumenti di riflessione validi per chiunque desideri intraprendere un percorso di conoscenza di sé.

Perché solo rileggendo la nostra storia possiamo iniziare a riconoscere chi siamo davvero. Se queste pagine riusciranno a offrire, soprattutto a chi è ancora all’inizio del proprio cammino, uno strumento per distinguere il carattere dalla personalità e il ruolo dall’essere, avranno pienamente raggiunto il loro scopo.

Prima impareremo a farlo, più libera potrà essere la vita che sceglieremo di costruire.

Se queste riflessioni susciteranno domande, osservazioni o esperienze che desiderate condividere, sarò lieta di leggerle.

Le più significative, con il consenso dei loro autori, potranno diventare parte del dialogo che accompagnerà questo secondo volume.

Ad maiora!

Tratto dal secondo volume del Saggio; paragrafo 1:

Premessa: la conquista dell’autenticità.

      Mi ricordo che un tempo amavo la gente.

      Un’emozione appena visibile sfiorarmi il viso con un’espressione… una parola gentile dalla quale traspariva un’anima profonda e gioiosa, un impercettibile timore nell’esporre un pensiero, un’opinione.

      Bene, quella ero io.

      Tutto quello che ero lo vedevo negli altri, inconsapevole che fosse solo il riflesso del mio modo di guardare la realtà.

      Sì, solo il mio riflesso, non la realtà oggettiva.

      L’ordinaria realtà della vita sociale è quella nella quale le emozioni raramente vengono esternate e la gioia di vivere difficilmente si manifesta.

      Di questo mi resi conto con il tempo.

      Capii, infatti, che la maggior parte delle persone viveva trattenendo le proprie emozioni, fino al punto che quella mi sembrò la normalità.

      Ed eccomi qui, dopo tanti anni, ancora calata nella mia solitudine.

      La differenza tra ora e allora? Che oggi me ne sono fatta una ragione e non ho più paura di questa mia realtà fatta di verità.

      Ho accettato la vita con gioia fin dal primo momento in cui sono venuta al mondo.

      Ho avuto fame nonostante fossi allattata e ho strillato fin tanto che con il latte artificiale non mi hanno sfamato. Ho rivendicato il mio primato rifiutando i vestitini della mia sorellina più grande. Ho cercato il primato in ogni cosa che ho fatto, nello sport, nel lavoro, nelle amicizie e nell’ amore.

      Non se ne parla proprio che io accetti di essere considerata una mezza cartuccia da chi si sottrae a un confronto, nella pretesa di possedere una ‘primogenitura’ per titolo o per nascita.

      La primogenitura è una posizione che ti devi conquistare sul campo, dimostrando di averne effettivamente il diritto: la primogenitura comporta la responsabilità di essere veramente in grado di primeggiare in qualunque cosa tu sia chiamato a partecipare (la vita, il primo posto nel cuore di qualcuno o nel mio, una gara di corsa, un’attività lavorativa).

      È l’impulso naturale di chi sa di avere delle capacità e sente il dovere di esprimerle, per essere in pace con sé stesso e per omaggiare l’essere che ci ha voluto in questa vita.

      Molti anni dopo compresi che quella tensione che mi aveva accompagnata fin dall’infanzia non era soltanto un tratto del mio carattere.

      La psicoterapia mi avrebbe insegnato che esiste una differenza profonda tra ciò che siamo e ciò che abbiamo imparato a essere e che questo era il tema centrale nell’ambito della consapevolezza di sé e della gestione delle proprie emozioni.

      Analizzarne le origini di questa mentalità significava comprendere che il mio valore non dipendeva dalle conquiste, ma dalla fedeltà a ciò che ero.

      Da quel momento il desiderio di primeggiare cessò di essere una ricerca di conferme per diventare il naturale bisogno di esprimere pienamente le mie capacità.

      Ma nel momento in cui smisi di vivere secondo il modello che mi era stato trasmesso, alcune relazioni non resistettero al cambiamento dovuto alla mia crescita.

      E quanto dolore è derivato da quell’allontanamento.

      Sono la protagonista della mia vita e del mio racconto, una persona forte, determinata e consapevole della propria identità e dei propri valori.

      Rileggendo oggi quella bambina e i suoi personalissimi pensieri, riconosco quanto fosse forte la necessità di conquistare il proprio spazio nel mondo, pur nell’incertezza dovuta alla mancata adesione interiore ad un ruolo costruito dalle persone che amava di più.

      La sua capacità di vedere oltre la superficie, di cogliere le emozioni e le intenzioni degli altri, era indice di una sensibilità profonda e di un animo attento alle sfumature della vita umana, seppur in assenza di consapevolezza.

      Allo stesso tempo, si percepiva una certa solitudine, forse anche un senso di isolamento, dovuto a questa visione acuta che alimentava il suo mondo interiore autentico, mentre all’esterno cercava di corrispondere al modello comportamentale nel quale era cresciuta.

      Durante la psicoterapia compresi qualcosa di diverso sul significato della primogenitura.

      Quello importante, capace di dare un senso alla vita, non derivava dal titolo né dalla nascita, ma dalla relazione con il proprio essere.

      E questo tipo di primogenitura poteva scaturire solo da una conquista quotidiana, fondata sul merito e sulla responsabilità verso sé stessi.

      La bambina intuiva quel principio; la donna adulta ne comprese l’origine e il significato.

      Da qui in poi la nascita della personalità, che nulla ha che vedere con il carattere formato all’interno del contesto familiare.

      Ho compreso che il carattere non è che il modo in cui impariamo a sopravvivere all’ambiente nel quale cresciamo, una risposta a quell’imprinting artificiale che ci fu dato allora.

      La personalità è ciò che emerge quando non abbiamo più bisogno di proteggerci.

      Questa consapevolezza mi ha dato un senso di libertà e di serenità, anche se il prezzo di questa autonomia può essere quello di creare una distanza dagli altri, da quelli che non l’hanno voluta conquistare e neppure si aspettavano che proprio io ci riuscissi.

      E ora, la storia.”

      © 2026 Claudia Radi. Tutti i diritti riservati.

      Questo testo costituisce la premessa del secondo volume del saggio Sulla poesia e l’autenticità: un viaggio tra psicoterapia e riflessioni personali, attualmente in corso di elaborazione.

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