Gli esseri umani sono fantastici.
Sono sorridenti, leali, conoscono la felicità che si prova ad amare ed essere riamati.
Si prodigano per gli altri quando si rendono conto che da soli non possono farcela, sono capaci di solidarietà e compassione.
Amano la vita in ogni suo aspetto; sono curiosi e non smettono mai di imparare cose nuove.
Gli esseri umani soffrono quando commettono uno sbaglio, così come soffrono per aver subito ingiustizie.
Il loro cervello è il più evoluto rispetto alle altre forme di vita conosciute.
Riescono a risolvere i problemi che gli vengono sottoposti, dai più semplici ai più complessi, con determinazione e slancio.
Indubbiamente esistono potenzialità diverse all’interno di ciascuna persona, ma questo non significa necessariamente che una sia migliore di un’altra.
Come diceva uno dei massimi rappresentanti dell’intelligenza umana, Albert Einstein: “Ognuno di noi è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.”
Eppure, nel corso dei secoli, abbiamo assistito ad azioni che nemmeno lontanamente possono definirsi appartenenti agli esseri umani sopra descritti: vili attentati, persecuzioni, guerre e genocidi.
Queste azioni sono state compiute da alcuni componenti della specie umana nei confronti di loro simili e ancora oggi siamo costretti ad assistervi.
La rappresentazione dell’essere umano all’inizio di questa mia divagazione personale, infatti, corrisponde alla verità della sua essenza.
È inevitabile, quindi, porsi la domanda sul perché avvengano poi queste espressioni di crudeltà.
Dovremmo ricercare con serietà la motivazione che rende possibile il compimento di azioni così atroci da parte di un umano e, per farlo, dobbiamo servirci della scienza.
La psicologia è l’ambito giusto nel quale dovremmo muoverci per cercare le risposte a questi interrogativi.
Dopodiché la sociologia dovrebbe necessariamente intervenire per descrivere le cause da affrontare.
Proprio ieri ascoltavo la notizia di quanti sono stati arruolati per combattere la guerra tra la Russia e l’Ucraina, raggirati da una proposta di lavoro allettante.
La povertà e i falsi miti diffusi dal consumismo hanno generato virus che manipolano le informazioni presenti nel nostro cervello, facendoci compiere azioni sbagliate spinti da false necessità.
Passando ad analizzare un altro aspetto dello stesso argomento, mi spingo ad introdurre un’altra riflessione attraverso l’uso di una metafora sul sistema binario, ovvero l’idea che il funzionamento del cervello umano possa essere paragonato a quello dei computer.
Nel primo corso di informatica al quale mi iscrissi quando ancora esisteva solo il sistema operativo DOS, la prof. ci spiegò che il computer funziona come un sistema binario: 0-1, acceso-spento, on-off.
Se è vero che tutta l’evoluzione tecnologica sistemistica si è basata sulla struttura delle nostre sinapsi, allora direi che anche in questo caso la formula binaria “0-1” (on-off, acceso- spento), può funzionare applicandola al nostro cervello.
Bisogna essere in grado di “staccare la spina” di tanto in tanto, per impedire che in un cervello affaticato possano attecchire dei virus.
Infatti, così come un computer può essere infettato da virus a causa di un sovraccarico di informazioni o di un funzionamento errato, anche il cervello umano può subire danni da stress e affaticamento.
È fondamentale mantenere un equilibrio tra l’attività mentale e la pausa, per proteggere la nostra salute mentale e per garantire che le decisioni e le azioni siano ponderate.
Nessuno ci può imporre di sostenere ritmi di vita tanto frenetici e alterati da impedirci di prendere le giuste pause, necessarie per il compimento di azioni ponderate.
Evidentemente sto utilizzando questa analogia semplicemente per illustrare un diverso modo di affrontare i problemi e le sfide della vita, una delle modalità di pensiero e di azione.
Software/virus, cervello/ virus, acceso/spento, riflessione/azione, mi sembrano abbinamenti funzionali.
“Accendersi” quando si tratta di affrontare le sfide e “spegnarsi” quando è necessario ricaricare le energie; alternare momenti di riflessione a momenti di azione.
Non sono per le semplificazioni di alcun tipo, dico solo che la semplicità di approccio a un problema apparentemente complesso a volte è la soluzione.
Ovviamente tutto questo non può riguardare coloro che, ad esempio, hanno i crampi per la fame dovuti alla mancanza di cibo.
Per loro dovremmo attivarci e fare in modo che nessuno debba più morirne, che si tratti di donne, di uomini o di bambini.
Ecco un ulteriore concetto scaturito da un approccio semplice: a un problema grave e concreto, una risposta semplice e concreta, senza se e senza ma.
Per quello che riguarda lo sconfinato mondo a colori delle emozioni presenti all’interno di ognuno di noi, è evidente che nessun sistema binario potrà gestirle.
Le emozioni non possono essere catalogate in schemi rigidi perché la loro complessità è intrinsecamente legata alla condizione umana la cui principale caratteristica è la creatività.
Inoltre, la loro esistenza è strettamente legata alla nostra e lasciarle emergere, ascoltarle, riconoscerle come nostre, educarle, sono i principali compiti da assolvere per riuscire a vivere pienamente e in modo autentico.
Per loro è necessario un approccio più umano e consapevole alla vita, in contrasto con la razionalizzazione e la meccanicità che a volte possono prevalere nel pensiero contemporaneo, anche a causa dell’eccessivo utilizzo delle macchine.
La riflessione sull’essere umano, infatti, dovrebbe sempre spingersi oltre le dinamiche razionali, considerando anche quelle emotive, essenziali per una vita di qualità e per la costruzione di relazioni significative.
Claudia Radi (.blog)
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