Quello che non rappresenta una famiglia.

Ho sempre pensato che la famiglia rappresentasse una piccola entità presente all’interno della società e che, con il suo operare, contribuisse al suo benessere.

Sono ancora convinta di questa mia visione ma, purtroppo, la stessa visione mostra la sua ambivalenza quando le cose non funzionano.

In primo luogo, analizzerei le ripercussioni sull’andamento familiare della perdita del lavoro di uno o di entrambi i genitori.

Ad esempio, i figli iscritti all’università saranno costretti a interrompere gli studi e cercare un lavoro, mitigando nel frattempo le loro aspettative di trovarne uno che li soddisfi da un punto di vista qualitativo ed economico.

In altri casi, in risposta alla crisi economica, alcuni potrebbero cominciare a delinquere, unendosi a quelli che lo fanno impuniti da sempre.

Altri ancora, potrebbero essere spinti a comportamenti estremi, fino ad arrivare al suicidio.

Se le aziende sono in crisi e molte di loro chiudono i battenti, è perché non sono più in grado di sostenere quei costi che prima potevano essere considerati congrui.

Addirittura, nei casi più eclatanti di speculazione economica, alcune grandi aziende non sono disposte a contenere i loro guadagni a causa della crisi e quindi decidono di abbatterli e, con essi, la qualità dei prodotti o dei servizi offerti.

L’andamento dell’economia ha inevitabili risvolti nel tessuto sociale e familiare.

In situazioni di benessere economico, infatti, assistiamo alla crescita del tenore di vita, all’incremento delle nascite, al proliferare delle arti con l’aumento dell’alfabetizzazione.

Tutte le osservazioni fino a qui riportate sono certamente giuste, ma non dobbiamo dimenticarci di altri aspetti importanti quali ad esempio l’organizzazione dei mezzi a disposizione.

Mi spiego meglio.

Sappiamo tutti che il semplice possesso del denaro non garantisce il buon funzionamento di una famiglia o di un’azienda.

Il denaro, infatti, quando c’è deve essere speso saggiamente, soprattutto quello pubblico…

Per questo ho trovato la battuta di Checco Zalone la più terribile banalizzazione e dissacrazione di uno dei concetti più importanti legati all’equilibrio personale e sociale: “Mi sono guardato dentro e ho visto che non avevo soldi “.

Senza un’attenta analisi e la successiva organizzazione, anche mirata ad attenuare le naturali contrazioni del mercato economico (ad esempio accantonare una quota degli utili conseguiti nei tempi migliori per utilizzarli nei momenti di crisi), è evidente che non c’è salvezza.

Nella famiglia è il dialogo, la divisione dei compiti, la consapevolezza delle condizioni economiche e dei sacrifici necessari alla sua stabilità, a ricordarci che è l’organizzazione dei mezzi a disposizione a fare la differenza nel risultato finale.

Ovviamente le situazioni sopra descritte possono riguardare situazioni di crisi a breve termine.

È evidente che una prolungata crisi economica azzeri qualsiasi riserva precedentemente costituita.

Si tratta semplicemente di riuscire a connettere concetti apparentemente distanti tra loro.

Quindi, tornando a parlare della famiglia, possiamo senz’altro affermare che non può considerarsi un’entità staccata da tutto il resto che la circonda.

Ritengo di fondamentale importanza il corretto inquadramento di quello che rappresenta una famiglia.

Tutti gli aspetti che la riguardano dovrebbero essere oggetto di studio in una Commissione parlamentare appositamente costituita.

Al suo interno dovrebbero essere presenti le rappresentanze maschili e femminili più disparate.

Per fare un esempio sperando di non dimenticare nessuno: un medico, un insegnante, un idraulico, un autotrasportatore, un informatico, un imprenditore, un sindacalista, un rappresentante di ogni categoria professionale, un professore universitario, uno studente in rappresentanza della scuola elementare, media e superiore, uno studente universitario dell’università pubblica, uno studente universitario dell’università privata, un giudice, uno psicologo, un filosofo, un economista, i componenti di una famiglia benestante, i componenti di una famiglia appartenente al ceto medio, i componenti di una famiglia appartenente al proletariato (cioè, per dirla come Marx, coloro che non hanno altro bene e quindi sono costretti a vendere la loro forza lavoro ovvero la loro capacità di lavorare e produrre).

Stabilite le attività necessarie da realizzare per contribuire al benessere delle famiglie, apposite leggi dovrebbero essere promulgate e attuate per creare quegli organismi di riferimento ai quali rivolgersi per mantenere l’equilibrio necessario a una dignitosa esistenza.

La stessa dignitosa esistenza che tutti i componenti della società richiedono sulla base dei loro diritti costituzionalmente riconosciuti.

Sulla base delle considerazioni sopra esposte, ritengo sia necessaria una vera riorganizzazione che determini una distribuzione più equa della ricchezza a vantaggio della qualità della vita di tutti.

Mi rendo conto di quanto sia delicato l’argomento, ma ritengo che non si possa più ignorare.

I progressi e le soluzioni già in atto non sono sufficienti.

In primo luogo, è urgente l’abbandono delle vecchie cattive abitudini.

In caso contrario, l’unico cambiamento visibile resta quello di una repressione cruenta esercitata da chi vuole mantenere i suoi privilegi a tutti i costi, nei confronti di chi non ne ha mai avuti.

L’invito ad applicare quotidianamente il buon senso e la consapevolezza su quello che dovrebbe essere il vero senso della famiglia e della comunità di appartenenza, quindi, dovrebbe essere rivolto a tutti ma, soprattutto, non deve trattarsi del solito “buonismo” o della solita bieca strumentalizzazione di pochi per un loro tornaconto personale.

Claudia Radi

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