In un’epoca di transizione come quella attuale, ci poniamo interrogativi che prima non consideravamo.
Perché sono cambiati gli interrogativi del nostro presente?
Partiamo dalla preistoria e proviamo a immaginare il contesto.
Gli uomini primitivi non avevano tempo di porsi domande, perché nel frattempo poteva sopraggiungere un mammut da catturare per sfamare l’intera comunità con le sue carni.
L’azione era al primo posto, così come il cibo e la cura della comunità.
D’altronde, il capo tribù sapeva che senza la tribù non sarebbe esistito.
Con il tempo le cose cambiarono e dalle caverne si passò alle palafitte.
Ognuno, in base alle proprie capacità, doveva contribuire alle necessità della comunità.
Le nascite aumentavano e si decise di separarsi in gruppi, spostandosi in luoghi diversi e lontani per procurarsi il cibo più facilmente.
Creando ruote di pietra, utilizzando pelli di animali cacciati per coprirsi e scaldarsi nei luoghi più freddi, si sviluppò un vasto settore manifatturiero.
Nacque così la pratica dello scambio di oggetti con le tribù incontrate lungo il cammino, e successivamente l’idea di creare mercati per facilitare questi scambi.
I capi delle comunità, consapevoli di non poter seguire ogni aspetto dell’interesse comune, iniziarono a delegare alcune funzioni a sottoposti.
Tuttavia, questi ultimi, non godevano degli stessi privilegi e, dovendo sottrarre tempo alle proprie famiglie per assolvere tali compiti, chiesero un compenso per il loro impegno.
Si decise che alle loro famiglie sarebbe stato assicurato il cibo per ogni giorno dell’anno, da parte delle altre famiglie della comunità.
Nel frattempo, il progresso generò altre attività diverse dallo scambio e si iniziò a utilizzare piccole lastre di metallo, a cui venne attribuito un valore, per procurarsi oggetti senza dover necessariamente barattare.
Alcuni si rivelarono più astuti negli acquisti, decidendo di rivendere a cinque lastre ciò che avevano acquistato a una sola da uno sprovveduto di passaggio.
A forza di mercanteggiare, qualcuno divenne più ricco del capo, il quale dovette intervenire per mantenere il proprio potere a beneficio della comunità.
Introducendo l’obbligo di corrispondere alla comunità una lastrina per ogni cinque guadagnate, il capo si riservò di gestire il tesoretto a favore dei servizi comuni.
Tuttavia, un mercante, per sua natura poco incline a protestare e focalizzato solo sugli affari, dichiarò 50 lastrine invece delle 100 guadagnate, riducendo così l’importo da versare al capo e alle necessità della comunità.
Ma la verità venne a galla.
Uno dei rifiutati dal mercante nella gestione del business, rivelò tutto al capo, che, adirato, lo fece catturare e condannare a risarcire la comunità attraverso prestazioni lavorative di pubblica utilità.
Pertanto, fin dalla preistoria, non ci fu alcuna giustificazione morale per un evasore, solo condanna e obbligo di risarcimento per il danno subito dalla comunità.
E così, arriviamo ai giorni nostri.
Siamo passati da una gestione semplificata a una complessa delle regole per il funzionamento delle comunità, ma purtroppo corruzione ed evasione sono aumentate.
Nonostante l’esistenza di organi di vigilanza, i casi di evasione e corruzione continuano a emergere, con i “mercanti” di oggi che sottraggono miliardi alla comunità a differenza di quelli di ieri.
Inoltre, quelli che un tempo erano considerati “spioni gelosi”, possono ora denunciare anonimamente attraverso il wistleblowing.
Oggi mi interrogo sulla moralità di giustificare i piccoli evasori, considerando le frodi milionarie che prosperano.
No, non riesco a giustificare moralmente nessun piccolo evasore.
Personalmente, non ho evaso e non ho neppure considerato di adeguarmi al “mal comune mezzo gaudio” del mondo contemporaneo; questo significa semplicemente che, come molti altri, ho mantenuto le mie radici piantate nella rettitudine.
È indiscutibile che la natura della rettitudine, e ciò che significhi agire con rettitudine, non vengano valutati da tutti allo stesso modo, e questo può costituire un rischio quando ci si imbatte in persone che non condividono la tua valutazione e il tuo modo di agire.
Una persona retta, infatti, dovrebbe essere considerata affidabile e rispettata, non un pericolo, poiché le sue azioni riflettono valori positivi e un impegno verso il bene comune.
La rettitudine implica anche la coerenza tra ciò che si pensa, ciò si dice e ciò che si fa.
Se il termine “rettitudine” si riferisce a una qualità morale di onestà, integrità e giustizia, agire con rettitudine significa comportarsi in modo etico, seguendo principi di verità e correttezza, e prendere decisioni giuste anche quando possono risultare difficili.
Allora mi chiedo come mai qualcuno possa valutare diversamente il significato di agire con rettitudine.
Al contrario, sostengo l’impegno civico di chiunque voglia contestare le sperequazioni economiche, vergognose, ancora esistenti all’interno della nostra società evoluta.
Vi ricordo, infatti, che le sperequazioni economiche possono avere effetti negativi sulla coesione sociale, sulla stabilità economica e sul benessere complessivo della società.
Vediamo quali sono:
- differenze significative nei livelli di reddito tra individui o famiglie;
- disparità nell’accesso a servizi essenziali come istruzione, assistenza sanitaria e opportunità lavorative;
- differenze nella distribuzione della ricchezza, con alcune persone o famiglie che possiedono una porzione significativa delle risorse complessive;
- variazioni nelle opportunità di crescita economica e imprenditoriale tra diverse aree geografiche o gruppi demografici.
Per affrontare queste problematiche dilaganti, i governi e le organizzazioni internazionali devono implementare in modo significativo le politiche volte a ridurre le disuguaglianze e promuovere un’economia più inclusiva, e questo implica una seria lotta agli evasori.
Anche se, questi ultimi, apparentemente si comportano, e pensano di essere, persone che agiscono con rettitudine.
Claudia Radi (.blog)
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