“Mini Sfida Creativa a cura di Elena Salem  . 

Il tema di questa volta è: “scrivi la lite tra due persone”. Racconta di una discussione tra due persone, anche attraverso un dialogo. Qual è il motivo che porta loro a litigare? Il tuo testo deve avere un inizio, uno svolgimento e una conclusione, anche con una piccola sorpresa. Lavora con cura alla dinamica della storia.

Nella tua storia non deve mai comparire la parola “arrabbiato”, “furioso” o simili. Devi far capire la situazione attraverso gesti e parole.”

Bellissima sfida creativa!

Mi è piaciuto molto partecipare.

Proverò ancora a cimentarmi con i racconti a tema.

Quello riportato di seguito è il mio racconto che, secondo me, non è niente male (modestamente!)

Forse è un po’ troppo lungo rispetto ai 2400/3000 caratteri previsti…faccio quello che posso...Buona lettura!

“Non discuto quasi mai, litigare mi ripugna; si dicono tante brutte cose e io non ne ho voglia. Per questo, a un certo punto, quando le situazioni si complicano, non per una mia responsabilità, strillo. Un bello strillo per allontanare l’aggressore, il disturbatore, il truffatore, lo stalker, il frustrato che ha deciso di danneggiarmi in qualche modo. In altri casi, quando sono costretta a combattere per ottenere qualcosa, parlo o scrivo in modo concitato, senza mollare la presa.
Come quel giorno, con l’impiegata del comune che non aveva la mia scheda elettorale e, senza mezzi termini, mi disse che dovevo andare a prenderla in un altro ufficio a dieci Chilometri di distanza.
“Buongiorno, non ho ricevuto la mia tessera elettorale e sono venuta a ritirarla per andare a votare”.
L’impiegata mi guarda appena e mi comunica che devo presentare la richiesta nell’ufficio periferico a dieci chilometri di distanza.
“Scusi?”, rispondo, “Mi spieghi meglio, perché non ho capito. Io sono in fila allo sportello dalle 8,30. Anziché aprire alle nove, lo avete fatto alle 9:20. Ora sono le 10:00 e lei mi dice che devo riprendere la macchina e fare altri dieci chilometri per avere quello che avreste dovuto già recapitarmi? Forse lei pensa che io non abbia niente da fare questa mattina, e allora le chiarisco che, invece, devo recarmi al lavoro per questioni urgenti che mi attendono e non posso perdere altro tempo. Questa è, o non è, la sede principale del comune? Mi spiega perché dovrei andare a prendere la mia tessera elettorale a dieci chilometri di distanza, quando siete voi che avete sbagliato, non recapitandomela?”.
La signora si agita un po’, muove le spalle e la testa come se avesse ricevuto una piccola scossa, ma, sentendosi forte nel suo ruolo di impiegata comunale, mi guarda con strafottenza negli occhi e risponde: “Mi dispiace, non sono io la responsabile. La sua tessera elettorale non è qui. Le posso dare il numero di telefono dell’ufficio competente così può contattarli direttamente”. Prende un piccolo blocco di post-it e, sopra all’ultimo, scrive un numero di telefono; lo stacca dal resto del blocco e me lo passa sotto il vetro che ci separa. Sono sotto shock, ma ormai agisco e parlo in trance: non ho nessuna intenzione di soprassedere sull’accaduto.  “Lei mi sta dicendo che sarei io che devo telefonargli? Faccia il suo dovere e li chiami lei, e si faccia dare le spiegazioni che mi deve”.
“Senta signora”, mi risponde l’impiegata, mentre mi guarda convinta di riuscire a spuntarla e liquidarmi prima che le si scompigli l’acconciatura dei capelli: “non posso telefonare perché ho altre persone in attesa, deve chiamare lei”.
A questo punto, dalla mia bocca sento uscire la seguente richiesta:” Dove posso trovare il Sindaco? Voglio parlare con il Sindaco. Mi faccia parlare con il Sindaco.”
L’impiegata comincia a sentirsi in difficoltà, una leggera contrazione dei muscoli facciali la tradisce, ma invece di ammorbidirsi e diventare almeno gentile, decide di aumentare la sua strafottenza negandomi l’informazione.
Esco da quella specie di bugigattolo, dove sono stata rinchiusa in piedi per quasi due ore, e mi guardo intorno. Alla fine del corridoio, sulla terrazza, vedo un assembramento di persone intente a chiacchierare. Con passo deciso mi avvio verso di loro e, arrivata a una certa distanza, con tono deciso, domando: “Buongiorno, dove posso trovare il Sindaco?”. Silenzio di tomba. Un signore, quello che poi si qualificherà come il funzionario responsabile, esce dal gruppetto avanzando e risponde: “Dica a me, come posso aiutarla?”. Gli spiego in modo concitato l’accaduto, mentre insieme ci incamminiamo per tornare nel bugigattolo. Al mio rientro con il funzionario, l’impiegata si affretta a dirgli: “La signora ha ragione, ha ragione, ma io non posso farci niente, non è colpa mia!”.
La ruffiana non se l’aspettava che riuscissi a ottenere almeno un po’ di soddisfazione, e in più si becca l’occhiataccia dal funzionario che, avvicinatosi a lei, oltrepassando la vetrata, prende il post-it con sopra scritto il numero di telefono, si siede, e avvicinandosi a una delle scrivanie, chiama l’ufficio periferico per chiedere spiegazioni.
All’interno del bugigattolo, le persone in attesa mi guardavano come se fossi una supereroina arrivata da chissà dove per salvarle da quell’arpia.
In quella circostanza, infatti, ho capito chiaramente il potere dell’impiegato comunale, al quale tutti si sottomettono per evitare ritorsioni.
Ma io non sono di queste parti: ho trasferito la mia residenza da nemmeno sei mesi, e quindi delle logiche di potere dell’impiegata comunale me ne frego. Credo che l’abbia capito anche lei … “

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