Manifesto di autodeterminazione emotiva femminile

In un programma televisivo italiano di approfondimento, ieri è stata ospite l’attrice e scrittrice Chiara Francini, la quale ha parlato del sentimento della vergogna in riferimento sia alle donne che agli uomini.

Secondo la sua opinione, le donne vengono educate alla vergogna fin da bambine, mentre gli uomini no.

Gli uomini vengono educati al successo e, quando incontrano la vergogna, la riversano all’esterno, la “vomitano”, in tutti i modi possibili, ma soprattutto con aggressività.

Questa riflessione si inserisce nel contesto delle analisi successive all’ennesimo femminicidio, quello della quattordicenne, Martina Carbonaro.

Vergogna e genere: uno squilibrio nell’educazione emotiva

L’attrice e scrittrice Chiara Francini sostiene che:

  • Le donne vengono educate alla vergogna fin da piccole: del corpo, del desiderio, della rabbia, dell’ambizione. È un’emozione interiorizzata, che spesso si traduce in auto-colpevolizzazione e controllo di sé.
  • Gli uomini, invece, vengono educati al successo e al dominio. La vergogna — quando arriva — è un’emozione che li scompensa perché non hanno gli strumenti per contenerla. E quindi, la “vomitano”: può diventare rabbia, violenza, controllo sull’altro.

È un’analisi che si allinea con molte prospettive psicologiche e sociologiche contemporanee.

La vergogna, quando non viene elaborata in modo sano, può diventare uno strumento di distruzione, sia interiore che esterna.

Se agli uomini non viene insegnato a convivere con la vulnerabilità, la rifiutano — e spesso la proiettano sugli altri.

Che cos’è la vergogna (dal punto di vista psicologico)

La vergogna è un’emozione sociale primaria: si attiva quando sentiamo di non essere “giusti” agli occhi degli altri o quando viviamo una discrepanza tra ciò che siamo e ciò che “dovremmo” essere. A differenza della colpa (che riguarda ciò che facciamo), la vergogna colpisce chi siamo: “Sono sbagliata”.

Effetti psicologici principali:

  • Autosvalutazione: “non valgo abbastanza”
  • Paura del giudizio: “se mi espongo, verrò punita o rifiutata”
  • Bisogno di nascondersi: ritiro sociale, silenzi, rinunce
  • Compulsione all’adattamento: vivere per compiacere, per “non disturbare”

👉 In chiave clinica, la vergogna cronica può portare a ansia, depressione, disturbi alimentari, dipendenze affettive, e senso di impotenza.

Vergogna e potere nella coppia: dinamiche diseguali

Per le donne:

  • La vergogna è spesso usata come strumento di controllo sociale: “non vestirti così”, “non parlare troppo”, “non fare la difficile”, “non essere isterica”.
  • In una relazione di coppia, questo si traduce in una tendenza all’adattamento: molte donne imparano a non disturbare, a compiacere, a non dire no. La vergogna si interiorizza come colpa personale (“se mi ha tradito è colpa mia”, “se è geloso è perché mi ama”).

Per gli uomini:

  • L’assenza di educazione alla vergogna o alla vulnerabilità fa sì che, quando si trovano in situazioni di perdita del controllo (rifiuto, tradimento, perdita di potere), alcuni uomini reagiscano in modo violento o manipolatorio.
  • Non avendo modelli sani di gestione emotiva, si affidano a quelli dominanti: l’aggressività, la forza, il possesso.

👉 In questo schema, la vergogna non è più una semplice emozione personale, ma un meccanismo di potere:

  • Usata sulle donne per sottometterle.
  • Negata agli uomini fino a farla esplodere verso l’esterno.

Il discorso pubblico: normalizzazione e invisibilità

La vergogna come linguaggio implicito:

Nel dibattito pubblico, spesso si colpevolizza la vittima:

  • “Ma lei perché stava ancora con lui?”
  • “Che cosa ci faceva lì a quell’ora?”
  • “Non aveva capito che era pericoloso?”

Questo tipo di narrazione sposta la responsabilità dal carnefice alla vittima e rafforza la vergogna come strumento di controllo.

La vergogna maschile non nominata:

  • Quando un uomo uccide una donna, spesso si parla di “raptus”, “gelosia”, “amore malato”.
  • Si evita di dire che si tratta di possesso e dominio minacciati dalla perdita di potere. Quindi si evita di affrontare la ferita narcisistica maschile legata alla perdita di controllo.

👉 Questo silenzio è culturale, sistemico. La vergogna maschile non è riconosciuta pubblicamente, quindi non può nemmeno essere rielaborata.

Femminicidio e cultura patriarcale

Inserire questa riflessione nel contesto di un femminicidio, per quanto doloroso, è necessario. Perché il femminicidio non è mai solo il gesto di un singolo: è la punta dell’iceberg di un sistema in cui:

  • Il possesso viene scambiato per amore.
  • Il rifiuto viene vissuto come umiliazione insopportabile.
  • Il controllo viene normalizzato nelle relazioni.

In questo senso, la vergogna maschile, negata o repressa, può diventare micidiale. Non è un caso che le cronache parlino spesso di uomini che uccidono “perché non sopportavano di essere lasciati”, “per gelosia”, “perché si sentivano traditi”. Sono tutti sentimenti legati alla percezione di perdita del proprio valore, del proprio ruolo — in una visione ancora troppo legata alla mascolinità dominante.

Che cosa serve? Come si può rompere il meccanismo?

Educazione affettiva e sessuale:

  • Introdurre nelle scuole un’educazione alla consapevolezza emotiva che aiuti ragazzi e ragazze a riconoscere la vergogna, la rabbia, la frustrazione — e a gestirle senza aggredire né se stessi né gli altri.

Ridefinizione dei modelli di mascolinità:

  • Serve una cultura che proponga modelli maschili alternativi, capaci di convivere con la fragilità e di considerare la relazione come luogo di reciprocità, non di potere.

Narrazione pubblica responsabile:

  • I media devono smettere di romanticizzare la violenza e cominciare a chiamare le cose con il loro nome: non gelosia, ma dominio; non amore malato, ma patriarcato.

La cultura della vergogna è una delle radici delle diseguaglianze di genere.

Serve una rivoluzione educativa:

  • Dove le bambine imparino a non vergognarsi del proprio corpo, della propria voce, della propria libertà.
  • Dove i bambini vengano educati alla gestione emotiva, alla vulnerabilità, alla cura.

Solo così si può spezzare la catena di violenza che parte dal linguaggio, passa per le relazioni, e — nei casi estremi — si trasforma in morte.

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Cara Martina, sul mio blog ho già scritto a lungo sui femminicidi. Purtroppo, non sei la sola in questa che è ormai diventata una vera e propria piaga sociale. È per questo che ho deciso di creare il “Manifesto di autodeterminazione emotiva”, da sottoscrivere impegnandosi a rispettarne i princìpi (badate bene, non “i prìncipi” ma “i princìpi”!).

Sono partita da una riflessione sul sentimento della vergogna, analizzandone i risvolti emotivi e psicologici, e sono giunta alla ferma convinzione che, a questo punto, in mancanza di quei cambiamenti che senza l’intervento delle istituzioni non possono verificarsi, è nostro compito agire per proteggere noi stesse.

Inasprire le pene non è la risposta che la società chiede.
Inasprire le pene rappresenta l’ennesima forma di segregazione imposta per eliminare il problema senza affrontarne le radici.
È la metodologia della soppressione, esercitata in tutte le sue forme, sotto gli occhi di tutti e in ogni settore della società, che evidentemente non funziona, non raggiunge lo scopo auspicato: non sradica il problema.
Non è questa la società che vogliamo.
Non è per questo che i nostri avi hanno combattuto e sono morti.

La società che vogliamo è una società aperta alla verità e alle molteplici manifestazioni della vita.
È una società solidale, che non vuole più instillare vergogna nella mente delle donne.
La società che vogliamo è nostra, e nessuno – dico nessuno – può togliercela.
Neanche in questa che sembra essere la più inquietante, crescente, “opera di colonizzazione tecnologica”.

👉 Manifesto di autodeterminazione emotiva femminile

1. Io non sono sbagliata.

Non sono troppo. Non sono poco. Non sono inadeguata.
Non mi lascerò definire dal giudizio altrui, né dal silenzio che mi è stato insegnato.

2. La mia voce ha diritto di esistere.

Parlare non è un errore, esprimere disagio non è isteria.
Le mie parole hanno valore anche quando tremano. Anche quando disturbano.

3. Il mio corpo è mio.

Non è un oggetto da nascondere né da offrire.
Non è terreno di conquista né campo di battaglia.
È casa mia. Lo abito con libertà.

4. I miei sentimenti sono legittimi.

Ho il diritto di essere arrabbiata.
Ho il diritto di essere felice senza giustificarmi.
Ho il diritto di essere fragile senza vergognarmi.

5. Non mi vergognerò più per ciò che sono.

La vergogna non mi appartiene: mi è stata consegnata, e ora la restituisco.
Non abbasserò lo sguardo. Non mi scuserò per esistere.

6. Smetto di compiacere per essere amata.

Non adatterò più la mia forma per entrare in spazi troppo stretti.
Se devo rimpicciolirmi per piacere, allora non è amore.

7. La mia storia è mia.

Non permetterò che altri la raccontino al posto mio.
La riscrivo con la mia voce, senza censura.

8. Sono parte di una rete.

Non sono sola. La mia libertà è legata a quella di tutte le altre.
Camminiamo insieme, ci ascoltiamo, ci solleviamo.


Questo manifesto non è una promessa da mantenere una volta per tutte.
È una pratica quotidiana, una scelta che si rinnova ogni giorno.
Con amore, con forza, con coraggio.

Claudia Radi (.blog)

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