2/ La crisi della separazione tra filosofia e scienza: un appello all’unità del sapere

Riflessioni sui bias: che cosa sono e perché la coscienza non li intercetta ma li subisce.

Viviamo in un’epoca caratterizzata da velocità, multitasking, sovraccarico di informazioni e decisioni rapide. 

Ma siamo davvero consapevoli di quanto questa corsa senza sosta influenzi il nostro modo di pensare?

Il problema principale è che questa frenesia rende difficile un’effettiva riflessione critica, facilitando l’insorgere di bias cognitivi che distorcono la nostra percezione della realtà. 

E se la nostra percezione del mondo fosse più distorta di quanto vogliamo ammettere?

Se i bias operano nel nostro cervello in modo automatico e inconscio, quale potrebbe essere il ruolo della filosofia nel contrastare questa tendenza?

L’approccio filosofico di riflessione e dubbio può rappresentare un’arma fondamentale per contrastare gli effetti di questi bias (frutto di una scoperta scientifica), favorendo una maggiore consapevolezza e qualità delle decisioni.

Per definizione, un bias cognitivo è una distorsione sistematica del nostro modo di pensare: è un errore automatico del cervello, una distorsione che semplifica eccessivamente la realtà, influenzando il nostro modo di pensare.

Questo errore può influenzare le decisioni e le opinioni, facendoci credere cose che non sono completamente vere o facendoci giudicare in modo sbagliato.

In breve, rappresenta un modo di pensare che conduce ricorrentemente a errori, spesso senza che ne siano consapevoli.

Si tratta di schemi mentali automatici e di euristiche, che utilizziamo per semplificare le decisioni quotidiane.

Il termine euristiche deriva dal greco eurískein, che significa: trovare, scoprire.

Le euristiche sono metodi o ipotesi, spesso intuitivi, temporanei e da convalidare rigorosamente in seguito (dal vocabolario Treccani online)

Sono utili in molte situazioni, ma questi schemi mentali e queste euristiche possono ingannarci, portandoci a errori di valutazione, pregiudizi e stereotipi.

Quante decisioni della nostra vita sono state influenzate, senza che ce ne rendessimo conto, da queste scorciatoie mentali?

I bias, infatti, sono quasi sempre inconsci: operano senza che ce ne rendiamo conto, senza che la nostra coscienza li intercetti.

La ragione principale per cui la coscienza non li intercetta immediatamente ma, al contrario, li subisce, risiede nel funzionamento del nostro cervello.

Le sue strutture automatiche, infatti, si attivano attraverso processi mentali rapidi.

La nostra coscienza, invece, funziona spesso in modo più lento e riflessivo, e tende a essere consapevole solo degli effetti di questi bias, ma non dei processi automatici che li generano.

In altre parole, il nostro cervello è predisposto per usare queste scorciatoie mentali per risparmiare risorse cognitive e per cercare di essere efficiente; questa modalità di funzionamento spesso sfugge alla nostra immediata consapevolezza.

Per questo motivo, i bias ci influenzano inconsapevolmente, e spesso è necessario uno sforzo consapevole, come l’auto-riflessione e l’educazione, per riconoscerli e correggerli.

Siamo pronti a mettere in discussione le nostre convinzioni più profonde per sviluppare un pensiero più autentico e libero?

Questo meccanismo di “invisibilità” dei bias alla coscienza ha implicazioni profonde: ci porta a sottovalutare l’influenza delle nostre distorsioni cognitive e a credere di essere più obiettivi di quanto in realtà siamo.

Il termine “bias cognitivo” deriva dagli studi di psicologia cognitiva e psicologia sociale.

La prima volta che si utilizzò in modo sistematico il concetto di bias nel contesto psicologico fu negli studi di Amos Tversky e Daniel Kahneman (di nazionalità israeliana) negli anni ’70.

Amos Tversky e Daniel Kahneman sono considerati i pionieri nello studio dei bias cognitivi, e delle euristiche come parte delle loro ricerche sui bias.

La loro ricerca ha mostrato come il funzionamento automatico del cervello porti a distorsioni sistematiche nelle decisioni umane.

Daniel Kahneman, in particolare, ha ricevuto il Premio Nobel per l’Economia nel 2002 per il suo lavoro pionieristico nel campo della psicologia cognitiva applicata all’economia, sviluppando la “teoria del prospettivismo” e per aver identificato e analizzato i bias cognitivi che influenzano le decisioni economiche degli individui.

In sintesi, Kahneman ha ricevuto il Nobel perché ha dimostrato che le decisioni umane spesso sono influenzate da fattori irrazionali e soggettivi, contribuendo a una comprensione più realistica del comportamento economico individuale e di mercato.

Esempi di bias cognitivi:

Bias di conferma: Cercare solo informazioni che confermano le nostre convinzioni.

  Il bias di conferma ci porta a cercare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni, ignorando quelle che le contraddicono. 

Effetto alone: Giudicare una persona come competente perché ci piace.

L’effetto alone è quando giudichiamo una persona come competente o simpatica perché ci piace, e questa impressione influenza anche altri aspetti del giudizio. 

Bias di ancoraggio: Fissarsi sul primo prezzo o informazione ricevuta.

 Il bias di ancoraggio si verifica quando ci fissiamo sul primo prezzo o sulla prima informazione che riceviamo, e questo influenza le decisioni successive. 

Bias di disponibilità: Valutare il rischio basandosi su esempi recenti o vividi.

Infine, il bias di disponibilità ci porta a sovrastimare la probabilità di eventi che ricordiamo più facilmente, come incidenti o catastrofi recenti.

E quante decisioni della nostra vita sono state influenzate, senza che ce ne rendessimo conto, da queste scorciatoie mentali?

La filosofia, indiscutibilmente, costituisce l’antidoto al pensiero automatico e alle insidie del mondo digitale.

Fin dalle sue origini, ha posto al centro del suo metodo il dubbio come strumento di indagine critica. Ricordiamo il rivoluzionario “cogito” di Cartesio, che invita a mettere in discussione ogni certezza per arrivare a una verità più solida.

La filosofia ci insegna che il pensiero critico, la riflessione e il dubbio sono mezzi indispensabili per non cadere vittime degli inganni della mente e per sviluppare una consapevolezza autentica. 

L’approccio filosofico invita a fermarsi, a chiedersi: “Perché credo questa cosa?”, “Quali sono le mie fonti?”, “Quali potrebbero essere altri punti di vista?”.

È solo attraverso la pratica costante del dubbio e della riflessione filosofica che possiamo superare le illusioni delle false certezze, sviluppando un pensiero autentico, autonomo e maturo.

Questo è il cammino che può salvarci dall’oblio e dall’inganno del mondo digitale, restituendoci la capacità di guardare al mondo con occhi critici e liberi: quelli dell’essere umano autentico.

Claudia Radi

(fine seconda parte)

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Claudia Radi è una Commercialista, Giurista, Advisor nella gestione delle crisi da sovraindebitamento e d’impresa, e Revisore legale dei conti.

Iscritta nell’ODCEC di Roma Sezione A dal 1988, dal 19 aprile 2023 trasferita d’ufficio al neocostituito ordine territoriale di Velletri-RM-; iscritta nel Registro dei Revisori legali dei conti dal 1999.

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Claudia Radi (appassionata di filosofia e psicologia) è anche autrice di libri pubblicati in Self Publishing su Amazon.:

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