Più rifletto sull’intelligenza artificiale, più mi rendo conto che il nodo centrale non è soltanto tecnologico: è umano.
Con il tempo ho iniziato a pensare che la vita, in sé, sia spesso neutra negli eventi che ci pone davanti. Disgrazie, catastrofi, possono colpire chiunque. Sono gli esseri umani ad attribuire significati specifici agli accadimenti, alle esperienze, trasformandoli in crescita, conflitto, cooperazione o distanza.
E questo vale soprattutto quando entra in gioco l’intelligenza.
Perché l’intelligenza, a differenza della vita, non è mai una dimensione completamente neutra. Non lo è nelle relazioni personali, negli ambienti professionali, nello studio, nelle dinamiche sociali. E probabilmente non lo sarà nemmeno nel rapporto sempre più stretto che stiamo costruendo con l’intelligenza artificiale.
Ogni interazione cognitiva viene inevitabilmente filtrata dalla struttura emotiva e psicologica di chi la vive. Lo stesso stimolo può amplificare alcune persone e destabilizzarne altre.
È una riflessione che ho iniziato a maturare molti anni fa, ben prima che l’intelligenza artificiale entrasse nel dibattito quotidiano.
Un’esperienza che mi è rimasta dentro
Durante gli anni universitari preparai l’esame di Diritto dell’Unione europea insieme a una collega.
Ci incontravamo spesso a Roma, vicino al Pantheon, in un appartamento appartenente a un suo amico frequentemente fuori città per lavoro. Lei arrivava da Milano e quelle giornate di studio erano diventate per entrambe una sorta di piccola routine intensa e piacevole.
Ricordo ancora la qualità di quelle conversazioni.
Non studiavamo soltanto in senso tecnico. Ragionavamo molto. Collegavamo concetti. Discutevamo interpretazioni giuridiche, sentenze, equilibri europei, struttura normativa. E nel frattempo riuscivamo anche a divertirci.
Per me quella dimensione era estremamente naturale.
Ho sempre avuto una personalità molto orientata alla socializzazione cognitiva: il mio rendimento aumenta quando entro in contatto con persone intelligenti, curiose o capaci di stimolare il pensiero.
Non ho mai vissuto l’intelligenza come competizione. L’ho sempre vissuta come amplificazione. Studiare insieme mi aiutava a pensare meglio.
All’esame, però, ottenni un voto più alto del suo.
Per me quel risultato era importante anche per ragioni concrete: il professore di Diritto del lavoro non accettava più tesisti, mentre la cattedra di Diritto dell’Unione europea sì, e quel voto avrebbe avuto un peso reale nel mio percorso universitario.
Dopo quell’esame qualcosa cambiò.
La collega iniziò lentamente ad allontanarsi e non volle più studiare con me. Le spiegazioni ufficiali erano altre, ma dentro di me compresi abbastanza rapidamente che probabilmente non era quello il vero motivo.
Questo mi ferì, perché cominciavo a ritenerla un’amica e ci rimasi male.
Non tanto per il voto.
Ma perché mi resi conto che la stessa esperienza che per me aveva rappresentato crescita reciproca, forse per lei aveva assunto un significato completamente diverso.
Quello che io avevo vissuto con apertura emotiva e spirito di cooperazione cognitiva, probabilmente, per lei, era diventato inconsapevolmente un confronto identitario.
Intelligenza ed equilibrio emotivo
Sicuramente con il passare del tempo e con l’esperienza ho capito che l’intelligenza non produce automaticamente apertura mentale.
La maturità cognitiva ed emotiva non sempre evolvono con la stessa velocità, e talvolta capacità intellettuali anche elevate possono convivere con fragilità profonde nel modo di vivere il confronto, il riconoscimento o la percezione di sé.
Forse il significato più profondo della parola “intelligenza” ci può indicare la strada giusta per identificarne la piena espressione: è la capacità di guardare dentro le cose.
Ma, soprattutto, direi che non tutte le persone reagiscono allo stesso modo al confronto con capacità cognitive elevate o semplicemente differenti.
Per alcune persone, il confronto con menti stimolanti genera:
- energia
- curiosità
- entusiasmo
- evoluzione
- desiderio di apprendere
Per altre, invece, lo stesso confronto può produrre:
- irrigidimento
- senso di minaccia
- bisogno di difesa
- competizione implicita
- distanza emotiva
Questo non dipende necessariamente dal livello culturale o dall’intelligenza “misurabile”.
Dipende molto più spesso dalla struttura emotiva con cui ciascuno gestisce il proprio rapporto con il valore, il riconoscimento e la percezione di sé.
Ed è probabilmente qui che il tema dell’intelligenza artificiale diventa molto più interessante di quanto sembri.
L’intelligenza artificiale come specchio umano
Molte discussioni sull’IA vengono affrontate quasi esclusivamente sul piano tecnico: efficienza, produttività, automazione, rischio, controllo.
Ma credo che esista anche un livello più profondo.
L’intelligenza artificiale modifica gli equilibri cognitivi.
Accelera processi mentali.
Rende immediato l’accesso alle informazioni.
Riduce alcune distanze tecniche.
Ridefinisce il concetto stesso di competenza.
E soprattutto costringe gli esseri umani a confrontarsi continuamente con i propri limiti cognitivi, professionali e identitari.
Ed è proprio qui che emergono reazioni molto diverse.
Alcuni vivono l’IA come uno strumento di potenziamento cognitivo: una collaborazione evolutiva tra mente umana e capacità computazionale.
Altri la percepiscono come una forma di destabilizzazione.
Non necessariamente perché comprendano davvero il funzionamento tecnico dei sistemi, ma perché il rapporto con strumenti cognitivi avanzati mette inevitabilmente in discussione equilibri interiori già esistenti.
In questo senso, l’intelligenza artificiale non crea certe fragilità cognitive o identitarie: spesso le rende semplicemente più visibili.
La verità è che non esiste una relazione neutra con l’intelligenza.
Perché ogni confronto cognitivo coinvolge anche identità, emotività, sicurezza personale, percezione del proprio valore, capacità di tollerare complessità e cambiamento
La complessità non destabilizza tutti allo stesso modo
Nel dibattito contemporaneo ritorna spesso una frase: “L’intelligenza artificiale sostituirà l’essere umano.”
Personalmente penso che il problema reale sia molto più complesso.
L’essere umano convive da sempre con strumenti che amplificano le proprie capacità:
la scrittura, la stampa, la calcolatrice, il computer, fino a Internet.
L’IA rappresenta un salto ulteriore, ma il punto centrale resta identico:
la qualità del risultato dipende anche dalla struttura mentale con cui lo strumento viene utilizzato.
Forse questo è uno degli aspetti più sottovalutati del dibattito contemporaneo.
Non tutti vivono l’aumento di complessità come opportunità.
Alcuni lo vivono come espansione mentale.
Altri come perdita di equilibrio.
E probabilmente il futuro del rapporto tra essere umano e intelligenza artificiale dipenderà anche da questo: dalla maturità psicologica con cui saremo capaci di convivere con strumenti che modificano continuamente il nostro modo di apprendere, ragionare e percepire noi stessi.
Perché il vero tema potrebbe non essere quanto diventeranno intelligenti le macchine.
Ma quanto gli esseri umani saranno disposti a ridefinire la propria idea di intelligenza senza viverla come minaccia.
Forse è proprio qui che si giocherà una parte importante della nostra evoluzione culturale.
Conclusione
La vita, nella sua imprevedibilità, è neutra.
Ma l’intelligenza no.
Perché ogni forma di intelligenza modifica inevitabilmente gli equilibri di chi la incontra.
Claudia Radi
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Claudia Radi (appassionata di filosofia e psicologia) è anche autrice di libri pubblicati in Self Publishing su Amazon.:
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Claudia Radi è una Commercialista, Giurista, Advisor nella gestione delle crisi da sovraindebitamento e d’impresa, e Revisore legale dei conti.
Iscritta nell’ODCEC di Roma Sezione A dal 1988, dal 19 aprile 2023 trasferita d’ufficio al neocostituito ordine territoriale di Velletri-RM-; iscritta nel Registro dei Revisori legali dei conti dal 1999.





