Dopo “Si accende il colore”, che raccontava il ritorno alla presenza attraverso un incontro, un movimento, un confronto vitale, questa nuova poesia si ferma invece sulle tracce che un evento violento, accaduto lontano, può lasciare quando le sue vibrazioni continuano a propagarsi fino a noi.
“L’eco” nasce da una domanda: quanto può propagarsi, fino a raggiungerci, un suono roboante che accade lontano e si ripete in un flusso continuo? E cosa accade quando le sue vibrazioni, attraversando lo spazio, entrano nel silenzio e raggiungono la mente, trasformandosi in immagini, pensieri e rabbia?
L’eco, allora, non è più soltanto un fenomeno sonoro: diventa memoria e pensiero, qualcosa che può attecchire nell’indifferenza e trasformarsi in impulso.
La poesia prova così a interrogare anche una forma più profonda di violenza: quella che arriva a voler spegnere, nell’altro, ciò che ancora vive e che non riusciamo più a sopportare.
Come le precedenti poesie, anche questa si inserisce tra i contenuti tecnici del blog come una pausa di riflessione, affidando al linguaggio poetico l’esplorazione di ciò che spesso precede le parole e che, proprio per questo, è difficile da riconoscere.
L’eco
Sarà possibile
che boati lontani
s’insinuino,
scombinino,
spaventino,
nell’apparente silenzio?
Siamo così lontani
dal flusso costante
dell’eco roboante,
da poter sfuggire
alle sue vibrazioni
intrise nel silenzio?
Vibrano,
onde sonore
che muovono l’aria,
arrivano,
entrano
nella mente le immagini.
Sarà possibile
che l’eco del suono,
ormai spento,
torni a vibrare
nell’anima
con fantasmi deformi?
Immagini
di morte
nell’apparente silenzio
che vibra,
insinuano i pensieri,
generando rabbia.
Impulsi assassini
partiti da lontano,
ci raggiungono.
Attecchiscono
nel terreno fertile
dell’indifferenza.
Pensieri di morte
scavalcano la vita,
spingendo ad uccidere
ciò che nell’altro
ancora vive
e non sappiamo sopportare.
Claudia Radi
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