Prima di scrivere queste mie divagazioni personali, mi è sembrato opportuno rileggere quello che avevo già scritto sul mio blog negli anni passati sul populismo.
Dal 2024 sono trascorsi poco meno di due anni, ma i cambiamenti sono stati molti.
Il primo, il più evidente, è il caldo anomalo.
Un paio di settimane fa camminavo di buon passo su via Cola di Rienzo, a Roma, quando un semaforo rosso mi ha imposto una sosta. Istintivamente ho cercato un piccolo spazio d’ombra. Ho dovuto perfino fare qualche passo indietro e, nel giro di pochi secondi, almeno altre quattro persone mi hanno raggiunta.
Una signora, infastidita da quell’improvvisato assembramento, ci ha chiesto permesso per passare. Arrivata però davanti al semaforo rosso e sotto il sole cocente, si è fermata, è tornata sui suoi passi sorridendo e ha detto ad alta voce:
«Che stupida, scusate, non avevo capito!»
In quel caso la vita le aveva concesso una seconda possibilità. Pochi metri in più per rendersi conto di aver giudicato troppo in fretta.
Peggio sarebbe stato se, improvvisamente, fosse stata assalita da uno zombie.
Può sembrare una battuta, ma non lo è.
Ci sono cambiamenti che irrompono nella nostra vita con una tale violenza da non lasciarci più il tempo di correggere una superficialità o l’arroganza con cui, fino a quel momento, abbiamo guardato il mondo.
Sembra quasi che si stia assottigliando il margine che la vita concede di poter tornare indietro di qualche passo, facendolo diventare un vero e proprio lusso.
Abbiamo scambiato qualche parola e, alla fine, molto seriamente, la signora mi ha detto:
«Non si tornerà più indietro; le estati saranno sempre più calde.»
In quel momento non mi ha colpito tanto il contenuto della frase quanto la sua forma.
Era un’affermazione assoluta.
E gli assolutismi mi hanno sempre inquietata, perché spesso nascondono una forma di arroganza: la pretesa di sapere già quale sarà il futuro e, soprattutto, di sapere che non esistono alternative.
Quella frase mi è rimasta nella mente.
Oggi, leggendo il commento di una signora su Facebook, mi è tornata improvvisamente in mente.
Ho come la sensazione che si stia affermando una sorta di populismo rovesciato.
Lo chiamo così perché non promette al popolo tutto; al contrario, gli chiede di rinunciare a tutto.
Non alimenta speranze irrealistiche: alimenta la convinzione che sia inutile rivendicare i propri diritti.
Il messaggio che passa è questo: le cose stanno così, esistono problemi irrisolvibili e quindi protestare non serve a nulla.
Anzi, chi protesta viene facilmente liquidato come populista.
Un po’ come diceva la canzone di Edoardo Bennato, il Gatto e la Volpe: «E questa stufa che c’è basta appena per me, perciò smettetela di protestare!».
È una logica antica: se le risorse sono poche, invece di discutere come garantire un diritto a tutti, si convince chi ne è privo che pretendere quel diritto sia sconveniente, ingenuo o addirittura egoistico.
Non sono più così giovane e, proprio per questo, posso testimoniare che i problemi sono sempre esistiti.
Non credo affatto che questo sia un periodo eccezionale perché esistono difficoltà nuove o vecchie.
La vera novità mi sembra un’altra: oggi si tende a sostenere che il problema debba essere semplicemente accettato e che, proprio per questo, non possa più essere considerato un problema.
È questa l’arroganza che mi infastidisce. Mi infastidisce la manipolazione del pensiero.
Mi infastidisce che chi gode di un privilegio possa permettersi di dire a chi quel privilegio non ce l’ha: «Accontentati, perché quello che c’è basta appena per me».
Da quando in qua alle proteste per l’affermazione di un diritto, per di più tutelato dalla legge, si risponde in questo modo?
Forse è proprio questo il cambiamento più evidente del 2026: non tanto l’esistenza dei problemi, quanto la pretesa che non sia più legittimo chiamarli tali e rivendicare il diritto di affrontarli.
Io continuo invece a pensare che, finché esiste il tempo per riflettere e per cambiare strada, rinunciare a esercitare un diritto costituisca esso stesso una forma di arroganza. Non meno pericolosa di quella di chi pretende di conoscere il futuro.
Rinunciare ad esercitare un diritto equivale ad accettare una società nella quale ciascuno cerca di salvarsi da solo, anche a costo di calpestare le regole comuni.
Quando una società convince i cittadini che rivendicare un diritto è inutile o sconveniente, non sta producendo cittadini più maturi; sta erodendo le basi della convivenza civile.
Claudia Radi
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Claudia Radi è una Commercialista, Giurista, Advisor nella gestione delle crisi da sovraindebitamento e d’impresa, e Revisore legale dei conti.
Iscritta nell’ODCEC di Roma Sezione A dal 1988, dal 19 aprile 2023 trasferita d’ufficio al neocostituito ordine territoriale di Velletri-RM-; iscritta nel Registro dei Revisori legali dei conti dal 1999.





