Volto di una donna intravisto attraverso uno specchio appannato, circondato da forme geometriche.

“I nuovi mostri”

quando a deformarsi non è più il volto, ma il pensiero.

Qualche anno fa una rubrica televisiva divertente dal titolo “I nuovi mostri” illustrava, attraverso delle immagini, situazioni paradossali di trasformazione fisica di individui diversi.

Ovviamente i personaggi erano famosi e facilmente riconoscibili, nonostante tutta la devastazione causata dalla chirurgia estetica e nonostante la loro convinzione di aver migliorato il loro aspetto.

Oggi assistiamo allo stesso fenomeno ma in modo occulto e con riferimento a persone non famose.

Mi spiego meglio.

Il fenomeno di cui parlo si verifica attraverso la scrittura.

Sempre più spesso persone non famose ma dotate di una cultura accademica esprimono il loro pensiero con la pretesa di dargli una valenza scientifica.

Ma il vero problema è la catena di stupidaggini che a questo consegue.

Conoscere la grammatica e la sintassi non ti dà automaticamente il diritto di scrivere qualunque cosa su qualunque argomento, esponendo il tuo pensiero come se il ragionamento equivalesse a una regola supportata da evidenze scientifiche.

È evidente, infatti, che la condivisione di riflessioni personali deve in primo luogo suscitare domande e non cercare di convogliare in conclusioni non dimostrate scientificamente.

Questo è, invece, un tentativo di manipolazione del pensiero.

Il problema è che la forma sembra aver acquisito un’autorità che non le appartiene: far apparire vero il contenuto a prescindere.

Una frase ben costruita, un linguaggio ricercato, qualche termine tecnico e un tono categorico possono produrre nel lettore l’illusione di trovarsi davanti a un ragionamento competente.

Ma la competenza non si misura dal numero, il più delle volte eccessivo, e dalla complessità delle parole utilizzate.

Si misura dalla qualità delle argomentazioni, dalla conoscenza della materia, dalla capacità di distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo e, soprattutto, dalla disponibilità a sottoporre le proprie affermazioni alla verifica dei fatti.

È qui che nasce il nuovo mostro.

Non è più necessario alterare il proprio volto davanti a uno specchio.

È sufficiente alterare il rapporto tra un’opinione e la realtà.

Un’opinione diventa una teoria.
Una sensazione diventa un’osservazione.
Un’osservazione diventa una correlazione.
Una correlazione diventa una causa.
E, alla fine, una convinzione personale viene presentata come una verità.

Il procedimento è sorprendentemente semplice e, proprio per questo, pericoloso.

Si prende un fenomeno reale, lo si osserva attraverso una lente personale, si costruisce una spiegazione plausibile e poi si elimina dal racconto tutto ciò che potrebbe metterla in discussione.

La plausibilità, però, non è una prova.

Che una spiegazione ci sembri ragionevole non significa che sia vera.

Che sia stata formulata da una persona intelligente non significa che sia corretta.

E che ci sia qualcuno che la condivide non aggiunge nulla alla sua validità scientifica.

La scienza, infatti, non è il modo elegante con cui esprimiamo ciò che pensiamo.

È il metodo attraverso il quale cerchiamo di capire se ciò che pensiamo resiste alla verifica.

Ma questa affermazione non deve portarci all’errore opposto: quello di ritenere privo di dignità tutto ciò che non può essere sottoposto a una verifica scientifica.

Esistono riflessioni filosofiche e speculazioni teoriche che, per loro stessa natura, non possono essere immediatamente verificate sperimentalmente e che, attraverso il confronto tra ipotesi, argomentazioni e obiezioni, hanno costituito e costituiscono una parte fondamentale dell’evoluzione del pensiero umano.

Anche in questo ambito, però, non tutto è consentito.

Un’ipotesi filosofica può essere discussa, contestata o persino rivelarsi infondata, ma deve comunque rispettare le regole della logica, il principio di non contraddizione e la coerenza delle proprie premesse.

Non possono esistere salti argomentativi mascherati da intuizioni che pretendano di valere come dimostrazioni, né conclusioni che non siano adeguatamente giustificate dalle premesse o dal percorso attraverso il quale vengono raggiunte.

La libertà di pensare non coincide, quindi, con la libertà di sostenere qualsiasi cosa in qualsiasi modo.

Anche quando ci si allontana dal terreno della prova scientifica, rimane il dovere di argomentare, distinguere, mettere in relazione e soprattutto rendere riconoscibile il percorso che conduce da un’idea alla conclusione.

Questa distinzione sembra banale, ma nella comunicazione quotidiana viene continuamente ignorata.

Il risultato è una sorta di chirurgia estetica del pensiero: si eliminano le imperfezioni, le incertezze, le contraddizioni e i dubbi, fino a ottenere un’opinione perfettamente liscia, sicura e apparentemente autorevole.

Peccato che, proprio come accade con certi interventi estetici, ciò che appare più perfetto possa essere anche ciò che si è maggiormente allontanato dalla propria forma naturale.

E così assistiamo alla nascita di testi apparentemente impeccabili, ma intellettualmente deformi.

Non c’è nulla di male nel dire: “Questa è la mia opinione”.

Anzi, è una delle forme più oneste di comunicazione.

Il problema nasce quando si pretende che l’opinione degli altri debba necessariamente arrendersi davanti alla nostra, semplicemente perché abbiamo la capacità letteraria di usare le parole giuste per esprimerla.

L’assenza di umiltà sta irrimediabilmente minando le basi di una comunicazione democratica.

E qui mi permetto di esprimere una mia convinzione come se fosse una certezza, anche se non ci sono ancora studi scientifici che la dimostrino.

Dovremmo invece recuperare il valore del dubbio.

Dire “non lo so” non è una debolezza.

Dire “potrei sbagliarmi” non significa rinunciare alle proprie convinzioni.

Chiedere “quali sono le prove?” non è un atteggiamento ostile.

Sono, piuttosto, gli anticorpi necessari per impedire che il pensiero si trasformi in dogma.

Ed è proprio qui che entra in gioco una delle più semplici leve della comunicazione populista: offrire un concetto già strutturato, semplice da comprendere e da abbracciare senza doverlo mettere in discussione.

Forse il vero problema dei “nuovi mostri” non è quindi ciò che scrivono, ma la nostra disponibilità a crederci.

Perché un testo non diventa autorevole semplicemente perché è scritto bene.

Un ragionamento non diventa scientifico perché contiene parole scientifiche.

E una persona non diventa esperta di una materia soltanto perché è capace di parlarne con sicurezza.

La cultura dovrebbe insegnarci soprattutto questo: a riconoscere i limiti della nostra conoscenza e ad esprimerci con umiltà, responsabilità e rispetto per il lettore.

Il vero sapere non ha bisogno di travestirsi da certezza.

E forse, in tempi in cui tutti possono pubblicare tutto e parlare di tutto, la forma più rara di intelligenza non consiste nell’avere sempre una risposta e costruire finte certezze per alimentare il proprio ego.

Consiste ancora nel saper suscitare un dubbio e formulare una buona domanda.

Ma tutto questo alla maggior parte della gente ancora non piace, mentre ritengo che questo processo dovrebbe diventare l’asse portante della comunicazione e del conseguente cambiamento culturale necessario per affrontare dignitosamente un futuro incerto.

Claudia Radi

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