La frase “figli e figliastri” racchiude in sé un concetto profondo e problematico: quello delle discriminazioni sociali, che si manifestano in numerosi ambiti della vita quotidiana.
Questo modo di dire, originariamente usato per indicare la disparità di trattamento tra figli legittimi e illegittimi, si estende ben oltre le dinamiche familiari, toccando le più ampie ingiustizie che caratterizzano la nostra società.
Anche Leonardo da Vinci, genio indiscusso dell’umanità, era un figliastro e come tale fu trattato.
Andando oltre le dinamiche familiari e guardando ai ceti sociali di appartenenza, questi sono indiscutibilmente un fattore determinante nel modo in cui le persone vengono trattate.
Chi proviene da famiglie agiate può accedere a opportunità lavorative, educative e sociali che a molti altri sono precluse.
Le disuguaglianze economiche, quindi, non sono solo una questione di reddito, ma si traducono in un’intera gamma di privilegi e svantaggi che si erigono come barriere invisibili, ma potentemente reali, tra i diversi strati della società.
Un altro elemento gioca un ruolo cruciale nel perpetuare queste disparità: il servilismo.
Questo atteggiamento, caratterizzato dalla sottomissione e dall’acquiescenza nei confronti dei potenti, è spesso motivato dalla ricerca di protezione e favoritismi.
In un contesto in cui i “figli” ricevono un trattamento preferenziale, molti “figliastri” si trovano costretti a piegarsi alle dinamiche di potere, sperando in un miglioramento della propria condizione attraverso la lealtà ai più forti.
Questa forma di servilismo non solo alimenta le disuguaglianze esistenti, ma nega anche la dignità e l’autonomia a chi si sottomette, creando un circolo vizioso di dipendenza e sfruttamento.
Un esempio emblematico di queste dinamiche si può osservare nel contesto lavorativo, dove le discriminazioni si manifestano in modi subdoli e ingiustificabili.
Ad esempio, una professionista che ha dimostrato il suo valore attraverso prestazioni tempestive e di alta qualità, si trova a dover affrontare una situazione di grave disparità nei rapporti interni.
Nonostante fosse intervenuta su richiesta di una collega per risolvere gravi problematiche create da un’altra collega, “sua amica”, alla quale aveva affidato una cliente, successivamente si vede sminuita dall’azione subdola di un’altra figura anonima presente nel suo ordine professionale che si percepisce superiore a lei, contribuendo a un clima di tensione e ingiustizia.
Questo comportamento non solo cerca di minare la sua autostima, ma la danneggia professionalmente, riflettendo una cultura di discriminazione che permea l’ambiente di lavoro, dove le prestazioni vengono oscurate da dinamiche di potere e favoritismi.
La solita storia di chi sa lavorare bene e per questo viene chiamato quando serve, solo per essere poi emarginato da un’assurda inversione delle scelte politiche ordinistiche, che ha previsto che solo i figli della buona società debbano essere collocati in ruoli di rilievo e visibilità.
Addirittura, in un caso successivo, lavora anche il sabato e la domenica per aiutare un collega gravemente malato che le ha chiesto aiuto, senza essere pagata, solo perché l’amicizia, unita alla deontologia professionale, le impedisce di restare indifferente a una situazione così dolorosa.
Tuttavia, molti “figliastri” non si lasciano dominare da queste leggi “non scritte” del potere, semplicemente perché scelgono di vivere la propria vita con semplicità e in armonia con sé stessi e con gli altri.
Si trasferiscono a vivere in campagna e, pur continuando a lavorare in città, gestiscono il proprio lavoro con capacità e rettitudine, nutrendosi della soddisfazione personale di aver trovato la loro pace interiore, il loro equilibrio e la loro umanità, con gioia e armonia.
La dimensione distopica nella quale vive la maggior parte delle persone non gli interessa.
Queste persone spesso si rivolgono a lei per un aiuto (come nel caso riferito alla sua attività lavorativa), per un sostegno emotivo, perché la solitudine nella quale vivono costantemente li attanaglia senza scampo.
Lei li aiuta sempre, regalando benevolenza, empatia e solidarietà, senza aspettarsi riconoscenza.
Il problema si pone solo nel momento in cui questi figliastri, servi del potere, si scagliano contro di lei per eseguire un ordine, dimostrando così di essere attaccati a quella che considerano “la loro miserabile vita”.
Ecco, questo è l’aspetto ingiusto di queste dinamiche, alle quali bisogna opporsi con forza.
In sintesi, il concetto di “figli e figliastri” non è solo una questione di preferenze familiari, ma un riflesso delle ingiustizie sistemiche che permeano la nostra società e della scarsità di valori considerati sempre importanti, quali l’amicizia, l’integrità morale e la solidarietà.
La verità inconfutabile è che le discriminazioni basate sul ceto sociale e il servilismo sono due facce della stessa medaglia, che continuano a ostacolare la costruzione di una società più equa e giusta, in cui tutti possano ricevere le stesse opportunità, indipendentemente dalle loro origini.
In molti cercano di offrire proposte concrete per affrontare le diseguaglianze e il servilismo, ma nessuna proposta può risultare funzionale al cambiamento di rotta auspicato, senza l’imprescindibile, preliminare, inevitabile reazione individuale, determinata dalla scelta, equilibrata e ponderata, di voler rendere la vita terrena di sé stessi e dei propri figli (e figliastri..), degna di essere vissuta.
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