Parliamo di etica: tra riflessione filosofica e convenienza.

Dall’etica di Aristotele alla morale del profitto: quando sapere cosa è giusto non basta più a farlo.

C’è stato un tempo in cui la parola “etica” non faceva sorridere con aria di compatimento.

Oggi invece sembra appartenere a quel lessico vintage che si sfoggia nei convegni o nei discorsi ufficiali, giusto per darsi un tono.

Poi, finito l’applauso, si torna rapidamente alla pratica: quanto mi conviene?

Ma andiamo avanti con ordine.

L’etica non è un’invenzione recente né un capriccio accademico.

Il termine fu introdotto nel linguaggio filosofico da Aristotele (tra i primi a parlare di ethikè theoria) per indicare quella parte della filosofia che studia la condotta dell’uomo, i criteri in base ai quali si valutano i comportamenti e le scelte.

Già nel IV secolo a.C., Aristotele ne parlava come di una riflessione sul comportamento umano orientato al “bene”, alla realizzazione della virtù e della felicità (la famosa eudaimonia).

Non un insieme di regole imposte dall’alto, ma una bussola per orientarsi nella vita.

Una guida, non un optional.

Con il passare dei secoli, il concetto si è evoluto.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel ha ampliato il discorso introducendo l’idea che l’etica non sia solo individuale, ma profondamente intrecciata con la società, le istituzioni, lo Stato.

L’etica diventa quindi “vita etica”, cioè il modo in cui i valori si incarnano nelle strutture collettive.

Dopo di lui, filosofi, sociologi e pensatori hanno continuato a interrogarsi sul ruolo dell’etica in un mondo sempre più complesso, dove le scelte individuali hanno inevitabilmente conseguenze globali.

Eppure, nonostante secoli di riflessione, oggi sembra prevalere una versione molto più… pragmatica del concetto.

Una versione aggiornata, potremmo dire, in cui il criterio guida è semplice: “È giusto ciò che paga”.

E non importa se paga in denaro, in potere o in visibilità.

L’importante è che paghi.

Sia chiaro: il problema non riguarda chi non ha avuto accesso allo studio o agli strumenti per comprendere queste riflessioni.

Non è una questione di ignoranza.

Chi non conosce il termine “etica” può comunque vivere secondo principi condivisi, magari appresi per esperienza, tradizione o semplice buon senso.

Si tratta, normalmente, di persone integrate nella comunità di appartenenza e che lavorano per il benessere comune.

Il vero nodo riguarda chi sa benissimo cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, e sceglie deliberatamente la seconda opzione.

Non per necessità, non per errore, ma per convenienza.

Ad esempio: non chi è costretto ai margini e finisce per delinquere, ma chi rivendica con disinvoltura di agire nell’interesse della famiglia (quale interesse?), chi specula senza scrupoli sulle disgrazie altrui, o chi giustifica ogni scelta in nome degli affari (quali affari?).

Qui il sarcasmo diventa quasi inevitabile.

Che straordinaria evoluzione morale: riuscire a distinguere perfettamente il bene dal male… e scegliere sistematicamente il secondo perché più redditizio.

E lo fanno con una sicurezza disarmante, magari battendosi il petto la domenica in chiesa.

Nessun dubbio, nessuna esitazione.

Una coerenza solo dichiarata: affermare di credere in Dio e nello Stato e poi adottare comportamenti privi di etica.

Perché?

Da dove nasce questa certezza di impunità?

Forse dalla constatazione che le regole, pur esistendo, sono spesso aggirabili.

Che le sanzioni arrivano tardi, o non arrivano affatto.

Che il sistema, in molti casi, premia proprio chi riesce a piegarlo meglio.

Oppure dalla convinzione (non sempre infondata) che il denaro non solo apra porte, ma le tenga anche chiuse quando serve.

In questo scenario, l’etica rischia di diventare un accessorio decorativo.

Una parola da inserire nei codici aziendali, nei programmi politici, nei discorsi istituzionali.

Una presenza formale, utile quanto un soprammobile: bella da vedere, completamente irrilevante nelle decisioni reali.

Eppure, la storia insegna che le società che svuotano l’etica finiscono per pagare un prezzo.

Non immediato, certo: sarebbe troppo semplice.

Ma progressivo e inevitabile.

Perché senza un minimo di regole condivise, senza un terreno comune di fiducia, tutto diventa negoziabile.

E quando tutto è negoziabile, nulla è più davvero stabile.

Forse allora la domanda non è “che cos’è l’etica?”, ma “a cosa siamo disposti a rinunciare ignorandola?”.

Perché la risposta, a ben vedere, non riguarda solo i grandi sistemi o le istituzioni.

Riguarda ciascuno di noi, ogni giorno, nel piccolo spazio delle nostre scelte.

E no, purtroppo non sempre conviene comportarsi in modo eticamente corretto.

Ma proprio qui sta il punto, ed è molto probabilmente da qui che nascono le guerre.

Claudia Radi

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Claudia Radi (appassionata di filosofia e psicologia) è anche autrice di libri pubblicati in Self Publishing su Amazon.:

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Claudia Radi è una Commercialista, Giurista, Advisor nella gestione delle crisi da sovraindebitamento e d’impresa, e Revisore legale dei conti.

Iscritta nell’ODCEC di Roma Sezione A dal 1988, dal 19 aprile 2023 trasferita d’ufficio al neocostituito ordine territoriale di Velletri-RM-; iscritta nel Registro dei Revisori legali dei conti dal 1999.

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