Quando ero piccola pensavo che la politica fosse solo una faccenda di partiti, elezioni e programmi.
Crescendo, è stato il mio professore di italiano del biennio delle superiori a introdurmi a un modo diverso di pensare: capire che cosa significa veramente fare politica.
Non soltanto partecipare alle istituzioni (cioè coinvolgersi attivamente nel sistema politico), ma interrogarsi su come viviamo insieme e sui valori che orientano le nostre scelte collettive.
Esiste davvero qualcosa di “non politico”?
La domanda può sembrare provocatoria, ma diventa inevitabile se si riflette sul significato originario della parola.
“Politica” deriva dal greco politikòs, ciò che riguarda la polis: la città, la comunità dei cittadini, la vita condivisa.
Come ricordava Aristotele, “L’uomo è per natura un animale politico; chi vive fuori della polis o è un dio o una bestia” (Politica): la politica riguarda la vita comune, non solo il potere.
In questo senso, come osservava John Dewey (filosofo e pedagogista statunitense), la democrazia è prima di tutto un modo di vivere insieme, e non solo una procedura istituzionale (Democracy and Education, 1916).
Guido Calogero (uno dei più autorevoli filosofi, storici della filosofia e intellettuali civili italiani del Novecento), come Dewey, crede che la democrazia sia un “modo di vivere” basato sulla disponibilità a comprendere l’altro.
Egli pone il dialogo non solo come metodo, ma come fondamento etico assoluto e dedicò gran parte della sua riflessione alla pedagogia, teorizzando l’educazione come l’addestramento alla responsabilità civile e al pensiero critico: per lui la scuola non deve solo trasmettere nozioni, ma formare cittadini capaci di dialogare
Per Calogero, la democrazia è l’istituzionalizzazione del dialogo socratico: nessuno possiede la verità assoluta, quindi la convivenza civile si regge sul rispetto del dissenso e sulla critica continua.
Ecco, quindi, che mi appare evidente che ogni volta che esprimiamo un’opinione su giustizia, libertà, scuola, lavoro o ambiente, stiamo già entrando nel terreno della politica.
Non serve candidarsi a un partito, non serve avere un incarico istituzionale: basta avere un pensiero, una posizione, una visione del mondo.
Siamo tutti politicizzati, volenti o nolenti.
Non esistono cittadini non politicizzati: esistono solo cittadini più o meno consapevoli della dimensione politica delle proprie parole.
E c’è un punto che molti non comprendono: si può essere politicizzati solo sui valori condivisi dalla società, quelli che la nostra comunità ha sempre difeso e considerato fondamentali.
Mi spiego meglio: non ci si può sentire legittimati a parlare di totalitarismo e discriminazione di qualunque tipo, di esercizio della violenza come forma di risoluzione delle controversie, quando il diritto internazionale e nazionale ha già stabilito da tempo quali siano i diritti umani tutelati e le regole per una buona convivenza civile basata sul rispetto delle diversità.
La politica autentica nasce dal confronto su questi valori, possibilmente senza mentire.
Come sottolinea Michael Walzer (filosofo statunitense che si occupa di filosofia politica, sociale e morale), il discorso politico ha senso solo se radicato in principi condivisi; senza un terreno comune, il conflitto diventa sterile (Spheres of Justice, 1983).
Quando il dibattito si distacca da questi principi, smette di essere politica e diventa propaganda, apologia o sproloquio.
Difendere e discutere i valori condivisi, invece, non è mai un rischio: oltre che un dovere è un merito.
Hannah Arendt (storica, filosofa e politologa tedesca naturalizzata statunitense, una delle più influenti teoriche politiche del XX secolo) ci ricorda inoltre che la politica autentica è possibile solo tra persone che si incontrano come uguali, nello spazio comune del discorso e dell’azione condivisa (Vita activa, 1961).
Claude Lefort (filosofo francese, conosciuto per la sua riflessione sui concetti di totalitarismo e democrazia) osservava che la democrazia è lo spazio del conflitto simbolico, ma la politica autentica si fonda sul riconoscimento di un terreno condiviso, aperto al dibattito (L’invention démocratique, 1981).
Norberto Bobbio (il più influente filosofo della politica e del diritto in Italia nel secondo Novecento, professore all’Università di Torino e senatore a vita dal 1984), considerato il “maestro del dubbio” e teorico del dialogo, è celebre per aver definito la democrazia non come un ideale astratto, ma come un insieme di procedure (le “regole del gioco”) che permettono il dissenso.
Se per Lefort la democrazia è un’invenzione simbolica, per Bobbio è una garanzia giuridica contro il dispotismo.
A questo punto ritengo sia evidente che ogni parola pronunciata sulla società in cui viviamo — sui suoi diritti, sui suoi limiti, sui suoi valori — è già, inevitabilmente, una parola politica.
La vera illusione non è la politicizzazione del dibattito pubblico, ma credere che esistano spazi completamente neutrali, estranei alla politica.
La politica non appartiene solo a chi governa, appartiene alla polis.
E la polis siamo tutti noi.
Essere politicizzati non è un fardello, ma la consapevolezza che ogni parola e ogni scelta contribuiscono a costruire la polis.
La vera politica nasce quando ciò che diciamo e facciamo riflette i valori che condividiamo, perché è lì che il mondo comune prende forma.
Claudia Radi
Note dell’autrice:
Filosofia e poesia, entrambe cercano di fare qualcosa di molto simile: dare parole a ciò che di solito rimane implicito nella nostra esperienza.
La filosofia prova a chiarirlo con il ragionamento, la poesia con l’immagine e il ritmo.
Ma entrambe partono dallo stesso gesto: fermarsi a guardare più a fondo ciò che sembra ovvio.
Quando si parla di politica nel senso originario della polis, questa dimensione emerge facilmente, perché si parla di convivenza, di valori condivisi, di responsabilità reciproca: cose che non sono soltanto concetti astratti, ma esperienze vissute.
Per questo lo sguardo filosofico diventa spesso anche poetico: non si limita a spiegare il mondo, ma cerca di rivelarne il significato.
E in fondo anche il mio articolo va proprio in questa direzione: parte da una parola usata quasi come etichetta — “politicizzato” — e prova a restituirle profondità, riportandola alla sua origine nella polis e nella vita comune.
A presto,
Claudia Radi





