Quando offendersi aveva dei fondamenti e perdere le staffe era la normalità.

La mia giornata inizia verso le sette del mattino con l’ascolto di podcast su vari argomenti.

Seguendo fonti diverse – dal quotidiano Il Fatto agli interventi di Roberto Saviano, del professor Orsini, dei politici in Parlamento, della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del segretario sindacale Landini, ecc.- provo a costruirmi un’idea personale dei fatti che succedono in Italia e nel mondo.

A questo si aggiungono i telegiornali e le trasmissioni di approfondimento come Report, diMartedì e Presa diretta.

È così che, giorno dopo giorno, riesco a farmi un’idea dei fatti e dei retroscena.

Proprio così: dietro ogni fatto esiste un retroscena.

Come a teatro, la scena principale è occupata dagli attori principali, quelli con il copione più lungo e il maggior numero di battute.

In questo inizio di 2026, segnato da conflitti già in corso e da nuove tensioni pronte a trasformarsi in guerre, le parole aumentano in modo esponenziale.

Si parla di più, si ascolta di più, ma si comprende di meno, o con maggior difficoltà.

In questo contesto, il concetto stesso di offesa sembra aver perso significato.

Non perché la violenza verbale sia scomparsa, semplicemente è stata normalizzata.

È forse questo il segno di una nuova fase della nostra democrazia.

In politica, ad esempio, la maggioranza parlamentare adotta toni pacati e rassicuranti.

Fuori dalle aule, però, la comunicazione si riduce spesso a una costante delegittimazione dell’operato della “sinistra”, colpevole di svolgere il proprio ruolo di opposizione.

Il tutto mentre continui e violenti colpi di scena mondiali ci vengono raccontati con voce calma e suadente per rassicurarci.

“La situazione è sotto controllo.”

Eppure, c’è chi vive quotidianamente disagi concreti: problemi ambientali, sanitari, sociali, causati da omissioni istituzionali.

Costoro non riconoscono credibile la loro narrazione; al contrario cercano ascolto e aspettano risposte.

Molto spesso è il giornalismo di qualità a dare loro voce, portando alla luce le situazioni di degrado esistenti nel nostro paese con sobrietà, precisione e documentazione.

Eppure, giornaliste e giornalisti vengono sempre più spesso vituperati e offesi a causa del loro lavoro.

Anche gli stessi cittadini vengono spesso vituperati e offesi quando sono scavalcati dall’influenza dei potenti di turno che gli impediscono di ottenere giustizia.

Ciononostante, è severamente vietato offendersi e perdere le staffe.

Il percorso consentito è uno solo: perseverare, argomentare con calma, diffondere le proprie rivendicazioni senza mai alzare la voce.

Il paradosso è che, mentre viene richiesto autocontrollo a chi subisce, il sistema giudiziario sembra sempre meno uno strumento di giustizia e sempre più uno strumento tattico.

Come chiarito dal Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin durante la puntata di Report dell’11 gennaio 2026, il ricorso al sistema giudiziario è spesso utilizzato da chi preferisce trascinare cause per anni pur di non assumersi responsabilità o pagare il dovuto.

La giustizia, così, resta paralizzata, ostaggio di chi la sfrutta per i suoi tempi lunghi.

Si parla persino di “accelerare” i procedimenti riducendone la durata, senza però affrontare il nodo centrale: l’uso strumentale del sistema giudiziario.

Si potrebbe tentare di infliggere sanzioni a chi strumentalizza il sistema giudiziario solo per affossare la giustizia.

Sto parlando del potenziamento della “lite temeraria”, uno strumento già esistente nel nostro sistema giuridico e che attualmente ha un potere deterrente minimo.

Fatto sta che la competenza in materia spetta al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ma la riforma attualmente in discussione non sembra in grado di risolvere questi problemi strutturali.

Del resto, finché non si limiterà la possibilità di ingerenza dei poteri forti sulla tutela dei diritti dei cittadini comuni, ogni riforma rischia di essere inefficace.

Come dice il nostro Presidente del Consiglio, serve la collaborazione di tutti affinché le cose funzionino ma, a questo punto e con queste premesse, sembra più un invito a non disturbare gli equilibri già consolidati e gli interessi dei potenti dai quali, fino ad ora, nessuno è stato in grado di difenderci.

Ora et labora et lege et noli contristari.

Prega, lavora, leggi e non rattristarti.

In sintesi: non ti offendere e non perdere le staffe. Siamo ancora uno Stato democratico.

Claudia Radi

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Claudia Radi è una Commercialista, Giurista, Advisor nella gestione delle crisi da sovraindebitamento e d’impresa, e Revisore legale dei conti.

Iscritta nell’ODCEC di Roma Sezione A dal 1988, dal 19 aprile 2023 trasferita d’ufficio al neocostituito ordine territoriale di Velletri-RM-; iscritta nel Registro dei Revisori legali dei conti dal 1999.

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Claudia Radi (appassionata di filosofia e psicologia) è anche autrice di libri pubblicati in Self Publishing su Amazon.:

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