Sul blog, tempo fa, scrissi dei peccati capitali e l’ira è uno di questi.
Ieri sera ho rivisto Troy, il film che racconta la guerra tra Troia e Sparta, scatenata da una donna: Elena, moglie di Menelao, re degli Spartani, sottratta al marito dal principe Paride di Troia.
Un amore così grande da sfidare l’ira di un re e da cambiare il destino di due popoli.
Ma i veri protagonisti della storia sono Ettore, il primogenito del re di Troia, e Achille, il più forte guerriero dei Greci, che nel film combatte al fianco degli Spartani.
Achille è un semidio, imbattibile in battaglia. L’esercito lo acclama e senza di lui vincere una guerra sembra impossibile.
Eppure, non riconosce stima né rispetto al proprio re.
Al contrario, è capace di tributare onore al nemico quando il vecchio Priamo entra nella sua tenda per chiedergli il corpo del figlio Ettore, che Achille ha ucciso in un duello leale.
Achille non subisce condizionamenti.
Non obbedisce ai potenti e non combatte per il potere né per obbedienza, ma secondo un proprio codice d’onore.
Quando esplode la sua ira, tutti indistintamente lo temono: nessuno può fermarlo dal vendicare la morte del cugino Patroclo, uccidendo Ettore, che lo aveva trafitto credendo di affrontare Achille stesso.
La sua ira, però, non è capriccio: esplode dall’amore, dal dolore, dalla perdita di una persona cara.
L’ira, pur essendo un peccato capitale, non è sempre il frutto della cattiveria.
Spesso nasce dall’amore, dal dolore, dall’ingiustizia subita. Il problema non è provarla, ma lasciarle il controllo delle proprie azioni.
Eppure, insieme alla forza smisurata, in Achille convive un cuore capace di compassione.
Ama i soldati che per tutta la vita hanno combattuto al suo fianco e che lo venerano quasi fosse un dio.
Per questo, prima dell’ultima battaglia, li invita a partire, cercando di salvarli da un destino che sa ormai inevitabile per lui che ha scelto la gloria e di entrare nell’eternità.
L’ira di Achille è devastante, ma non è cieca e anche la sua alla fine si placa, davanti al dolore di Priamo, un padre che implora il corpo del figlio.
Il guerriero invincibile smette di essere un semidio e torna semplicemente uomo. Riconosce nell’altro la stessa sofferenza che lui porta dentro.
Forse è proprio questa la lezione di Achille.
Non è l’ira a definire una persona, ma ciò che riesce a fare dopo averla attraversata.
La forza non consiste nel non provare rabbia, bensì nel non lasciare che sia la rabbia a decidere chi siamo.
Anche noi, come Achille, siamo chiamati a scegliere se trasformare il dolore in vendetta o in comprensione.
Perché non è la rabbia che proviamo a definirci, ma ciò che decidiamo di farne.
È nelle nostre scelte che si misura il valore della nostra vita e, forse, anche la nostra eternità.
Claudia Radi
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