Bastoni e pallina da golf in primo piano su un campo d'erba con le gambe di un giocatore sfocate sullo sfondo.

Lo swing

La parola inglese swing è molto antica e significa fondamentalmente “oscillare”, “dondolare”, “muoversi avanti e indietro”.

Nel Novecento il termine fu associato al jazz, indicando una particolare qualità ritmica e un movimento elastico, propulsivo e “dondolante”: una sensazione di movimento, energia e continuità.

Parallelamente si svilupparono i balli swing, soprattutto nell’ambiente afroamericano di Harlem: il Lindy Hop, il Charleston, il Boogie-Woogie e altri.

La parola contiene dunque un’idea di movimento ritmico, oscillazione, fluidità e coordinazione, che attraversa linguaggio, musica e danza.

Ma il termine swing è diventato anche qualcosa di più di una semplice indicazione tecnica.

Nel linguaggio dello sport può evocare quei movimenti che, attraverso una pratica prolungata, vengono così profondamente assimilati dal corpo da non dover essere più eseguiti attraverso una sequenza consapevole di istruzioni.

Ed è qui che nasce il mio interrogativo filosofico:

Che cosa può fare l’essere umano prima che la sua coscienza sappia spiegare come e perché è capace di farlo?

Mi verrebbe da formulare così l’intuizione da cui vorrei partire:

talvolta, prima viene la possibilità e solo successivamente la comprensione.

Non intendo questa frase come una legge scientifica. È piuttosto un’ipotesi filosofica, nata dall’osservazione di esperienze umane nelle quali la capacità di agire sembra precedere la piena capacità di comprenderne e descriverne coscientemente i meccanismi.

Ma procediamo con ordine.

Il corpo che impara

Nello sport, grandi campioni hanno parlato dello swing in termini che, per chi non abbia sperimentato quel livello di pratica, possono sembrare quasi misteriosi.

Il gesto diventa fluido. Il controllo cosciente dei singoli dettagli diminuisce. Il corpo sembra “sapere” che cosa fare.

Non significa, naturalmente, attribuire al corpo una conoscenza concettuale.

Significa riconoscere qualcosa di molto più concreto: la pratica può incorporare competenze procedurali che non devono essere continuamente tradotte in istruzioni coscienti per poter essere utilizzate.

Quel sapere non è comparso dal nulla.

È il risultato di ripetizioni, errori, correzioni, percezioni, adattamenti e sensibilità sviluppate nel tempo.

La ricerca sul movimento e sull’apprendimento motorio ci permette di comprendere alcuni di questi processi. Ma la descrizione scientifica non coincide necessariamente con l’intera esperienza vissuta del gesto.

Ed è proprio qui che, a mio avviso, si apre lo spazio della riflessione filosofica.

Alcune esperienze vissute realmente da una persona possono apparire incredibili a chi non le abbia mai sperimentate, semplicemente perché quest’ultimo non possiede ancora quella capacità.

Tendiamo spesso a confondere il limite della nostra esperienza con il limite della realtà.

Lo swing tra corpo, ambiente e coscienza

Anche per me lo swing racchiude una complessità che può essere studiata attraverso la biomeccanica e la fisica, ma che sembra eccedere ciò che quelle descrizioni riescono a restituire dell’esperienza vissuta.

La biomeccanica può misurare forze, velocità, traiettorie, pressioni e movimenti.

La psicologia può studiare attenzione, apprendimento, imagery e stati di prestazione.

Ma rimane una domanda:

Che cosa significa, per chi lo vive, sentire che il movimento non è più una somma di istruzioni, ma qualcosa che accade come un’unità?

Qui entro deliberatamente in un altro piano: quello fenomenologico e filosofico.

Non sto sostenendo che la scienza abbia dimostrato l’esistenza di un misterioso “canale energetico” fra il golfista e la natura.

Sto cercando di descrivere un’esperienza nella quale il corpo non viene più percepito come separato dall’ambiente, ma come parte di un sistema dinamico nel quale terreno, aria, movimento, percezione e intenzione partecipano insieme all’azione.

1. Lo swing e la percezione degli elementi

Una particolare lettura dello swing utilizza le immagini degli elementi naturali — Terra, Aria e Acqua — per descrivere differenti qualità dell’esperienza del gesto.

Questa tripartizione va intesa innanzitutto come linguaggio metaforico e fenomenologico, non come una classificazione scientifica dello swing.

La ricerca biomeccanica fornisce tuttavia alcuni elementi concreti che rendono interessante questa lettura.

La Terra — radicamento e stabilità

Lo swing non avviene nel vuoto.

Il rapporto con il terreno è fondamentale. La ricerca biomeccanica ha studiato in particolare le Ground Reaction Forces (GRF), cioè le forze di reazione del terreno, e il Centre of Pressure (CoP).

Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 ha esaminato 24 studi e ha trovato associazioni fra GRF/CoP, velocità della testa del bastone e livello di abilità dei golfisti.

La scienza, dunque, ci permette di parlare con precisione del rapporto dinamico fra corpo e terreno.

Ma quando io parlo di radicamento, compio un passo ulteriore.

“Radicamento” non è qui il nome di una grandezza biomeccanica: è il modo nel quale una relazione fisica può essere percepita e vissuta dal giocatore.

Il giocatore sente il terreno sotto i piedi.

La stabilità diventa percezione.

La percezione diventa coordinazione.

La coordinazione partecipa al movimento.

E ciò che scientificamente possiamo descrivere attraverso GRF e CoP può essere esperito soggettivamente come una sorta di connessione con la Terra.

Sono due descrizioni diverse dello stesso fenomeno, non necessariamente in conflitto.

L’Aria — adattamento, ritmo e ambiente

Lo swing non si svolge neppure in un ambiente neutro.

Il vento modifica il comportamento della palla e costringe il giocatore ad adattare la propria decisione e il proprio gesto alle condizioni ambientali.

Qui entra in gioco un’altra qualità: l’adattamento.

Il giocatore esperto non deve necessariamente trasformare ogni informazione in un calcolo cosciente. Parte di ciò che ha imparato attraverso l’esperienza diventa sensibilità.

Anche la tradizione della didattica del golf ha sviluppato concezioni dello swing come gesto unitario e fluido. Ernest Jones, nel suo Swing the Clubhead (1952), rappresenta una delle figure storiche più interessanti di questa tradizione.

Non utilizzo Jones come prova scientifica della mia interpretazione dell’Aria. Lo considero piuttosto un precedente importante nella storia del pensiero sullo swing.

Allo stesso modo, la Laban Movement Analysis offre un linguaggio sistematico per descrivere gli aspetti qualitativi del movimento, fra cui peso, spazio, tempo e flusso.

La richiamo come parallelo concettuale, non come dimostrazione scientifica della metafora dell’Aria.

L’Acqua — il flusso

L’immagine dell’Acqua mi conduce naturalmente al concetto di flow.

Mihaly Csikszentmihalyi ha utilizzato questo termine per descrivere una particolare forma di esperienza ottimale caratterizzata da intenso coinvolgimento, concentrazione e percezione di fluidità nell’azione.

Nel golf, questa esperienza è stata ripresa e sviluppata anche dalla psicologia sportiva applicata, per esempio nei lavori divulgativi di Bob Rotella.

Quando parlo di Acqua, dunque, non sto dicendo che l’acqua sia una causa fisica dello swing.

Sto utilizzando una metafora.

L’acqua rappresenta per me la continuità del movimento: non forza bruta, ma capacità di adattarsi; non rigidità, ma continuità; non controllo di ogni singolo istante, ma coordinazione dell’insieme.

E quando una tensione eccessiva o un pensiero intrusivo interrompono questa continuità, il giocatore può avvertire proprio ciò che la metafora dell’acqua rende immediatamente comprensibile: il flusso si spezza.

2. La simbiosi con l’inconscio

È qui che il mio discorso diventa più propriamente filosofico.

Uso il termine inconscio con cautela.

Non intendo affermare che esista un unico meccanismo cerebrale chiamato “inconscio” capace di spiegare tutto ciò che la coscienza non sa fare.

Non intendo neppure utilizzare il termine in senso psicoanalitico.

Lo uso in un senso più ampio:

per indicare quella parte della nostra attività psichica e corporea che opera prima, accanto o al di là della coscienza riflessiva e che può rendere disponibili possibilità che la mente analitica non aveva ancora saputo formulare.

Questa è una scelta concettuale e filosofica, non una definizione neuroscientifica.

La ricerca ci permette di parlare di memoria procedurale, processi automatici, apprendimento motorio, imagery, attenzione e numerosi altri fenomeni.

Ma io mi chiedo che cosa questi fenomeni significhino per l’essere umano.

E qui emerge la mia convinzione: la coscienza analitica non esaurisce tutto ciò che siamo.

La razionalità ha un limite, ma non è un fallimento

Il gesto del golf è estremamente rapido e complesso.

È quindi difficile immaginare che ogni sua componente possa essere controllata coscientemente, istante per istante, attraverso una sequenza di istruzioni.

Una delle ipotesi formulate per spiegare alcuni stati di prestazione e di alterazione della coscienza è quella della transient hypofrontality, proposta dal neuroscienziato Arne Dietrich.

La presento come ciò che è: un’ipotesi teorica, non una spiegazione definitiva del fenomeno del flow.

La conclusione che mi interessa non è dunque:

“La ragione fallisce.”

È piuttosto:

La ragione non è l’unica modalità attraverso cui l’essere umano apprende, percepisce e agisce.

E questa distinzione per me è fondamentale.

La ragione serve.

Serve a pianificare, confrontare, verificare, correggere, prevedere.

Ma non sono convinta che tutto ciò che di grande l’essere umano realizza nasca originariamente da un processo razionale.

Un’intuizione può precedere la sua spiegazione.

Un’immagine può precedere il concetto.

Una melodia può presentarsi prima della sua analisi.

Un gesto può essere acquisito prima che sappiamo descriverlo.

Una possibilità può essere vissuta prima di essere compresa.

Il superamento del controllo

Quando il golfista raggiunge un elevato livello di automatizzazione, la componente analitica e verbalmente cosciente può interferire meno direttamente con l’esecuzione, mentre competenze procedurali altamente allenate diventano disponibili all’azione.

Qui ritorna il linguaggio del letting go: lasciare andare.

Non significa smettere di pensare.

Significa, piuttosto, smettere di voler controllare coscientemente ogni singola componente del gesto nel momento stesso in cui lo si esegue.

È forse per questo che alcuni praticanti arrivano a descrivere la loro esperienza con una frase paradossale:

«Non sei tu che fai lo swing: è lo swing che accade attraverso di te.»

Non la propongo come una verità scientifica.

La considero una potente descrizione fenomenologica di ciò che può accadere quando un’abilità è stata profondamente assimilata.

La visualizzazione e l’intento

Qui abbiamo una fonte particolarmente significativa.

Jack Nicklaus, in Golf My Way (1974), ha descritto la propria pratica di visualizzazione attraverso la metafora del “film a colori”: prima di eseguire il colpo, egli costruiva mentalmente l’immagine del risultato desiderato e della traiettoria.

La ricerca contemporanea sull’imagery nel golf ha effettivamente studiato il rapporto fra capacità di imagery, uso dell’imagery e prestazione.

Per questo non è necessario attribuire alla visualizzazione poteri misteriosi.

Possiamo dire qualcosa di più sobrio e, proprio per questo, più interessante:

un’immagine mentale può preparare l’azione senza che il soggetto debba necessariamente tradurre quell’immagine in una lunga sequenza di istruzioni verbali.

Quando scrivo che “l’inconscio riceve l’immagine”, sto quindi usando un linguaggio filosofico e intuitivo, non descrivendo un meccanismo neurologico dimostrato con queste parole.

L’emersione del Sé profondo

Qui mi spingo ancora più decisamente sul terreno della riflessione.

Davanti alla pallina possono emergere paura, ansia, giudizio, desiderio di riuscire e timore di fallire.

Lo swing può diventare così, almeno nell’esperienza soggettiva, uno specchio della persona.

Questa è una lettura filosofica, non una conclusione scientifica.

Eppure la trovo significativa.

Perché forse il gesto sportivo non mostra soltanto ciò che abbiamo imparato a fare.

Può mostrarci anche quanto siamo capaci di fidarci di ciò che abbiamo imparato.

Quando abbiamo praticato abbastanza, quando abbiamo sbagliato abbastanza, quando abbiamo corretto abbastanza, può arrivare un momento nel quale dobbiamo smettere di aggiungere controllo e imparare a lasciare emergere ciò che abbiamo assimilato.

È qui che la parola “inconscio” acquista per me il suo significato più profondo.

Non un luogo misterioso nel quale risiederebbe magicamente ogni risposta.

Ma una dimensione sommersa della persona, nella quale esperienza, memoria, percezione, emozione, intuizione e apprendimento possono continuare ad agire anche quando non sono presenti come pensiero cosciente.

Prima la possibilità, poi la comprensione

Forse è questo il vero punto al quale volevo arrivare.

L’essere umano non è soltanto ciò che sa spiegare di se stesso.

A volte fa prima di sapere come fa.

A volte intuisce prima di comprendere.

A volte crea prima di possedere una teoria della propria creazione.

A volte scopre una capacità attraverso la pratica e soltanto dopo riesce a riconoscerla.

Questo non significa che l’irrazionale sia superiore alla ragione.

Significa qualcosa di più sottile:

la ragione può organizzare, verificare e comprendere una possibilità che non è stata necessariamente generata dalla ragione stessa.

Ed è proprio per questo che non considero l’inconscio il contrario della razionalità.

Lo considero, nel senso nel quale sto usando il termine, una delle dimensioni attraverso cui l’essere umano può diventare consapevole di possibilità che ancora non conosce.

Forse persino la coscienza arriva, qualche volta, dopo.

E forse ciò che chiamiamo apprendimento è anche questo: rendere progressivamente disponibile alla coscienza qualcosa che inizialmente era soltanto una possibilità incorporata.

Lo swing come meditazione in movimento

A questo punto lo swing nel golf cessa, almeno per me, di essere un semplice gesto sportivo.

Può diventare una meditazione in movimento.

Non perché questa definizione sia stata scientificamente dimostrata.

È la mia interpretazione di un’esperienza nella quale corpo, ambiente, attenzione, memoria, intenzione e movimento possono raggiungere una particolare unità.

È quasi un atto di fiducia verso quella parte di noi che abbiamo costruito attraverso l’esperienza e che, nel momento dell’azione, non abbiamo più bisogno di sorvegliare in ogni dettaglio.

Nulla a che fare, dunque, con una volontà di potenza.

Piuttosto, con la possibilità di esprimere ciò che abbiamo ricevuto e sviluppato attraverso la pratica:

percezione, coordinazione, sensibilità, memoria, intuizione, attenzione e volontà.

Forse il vero spreco non consiste nel non raggiungere l’impossibile.

Consiste nel non scoprire mai quanto fosse ampio il possibile.

Una conclusione: ciò che la ragione non esaurisce

Vorrei sintetizzare così ciò di cui sono profondamente convinta.

La ragione non fallisce.

La ragione è una delle nostre più grandi possibilità.

Ma la coscienza analitica non esaurisce tutte le modalità attraverso cui l’essere umano apprende, percepisce, crea e agisce.

Questa affermazione contiene una parte scientificamente sostenibile — per esempio il ruolo dell’apprendimento motorio, delle competenze procedurali, dell’imagery e dei processi automatici — e una parte che appartiene invece alla mia riflessione filosofica.

È in quest’ultima colloco l’importante intuizione:

talvolta, prima viene la possibilità e solo successivamente la comprensione.

Una provocazione pratica: possiamo allenare lo “swing” anche senza giocare a golf?

Ed eccoci alla parte pragmatica, che mi caratterizza.

Le pratiche che seguono prendono spunto dalla visualizzazione nel golf e, in particolare, dalla tradizione associata a Jack Nicklaus. Non le presento come un protocollo scientificamente validato nella forma esatta in cui lo propongo. Sono una mia rielaborazione pratica di principi presenti nella letteratura sul golf, nell’imagery e nell’esperienza sportiva.

1. Il “film a colori”

Prima del colpo, posizionarsi dietro la palla e costruire mentalmente l’immagine del risultato desiderato.

Non soltanto la traiettoria.

Anche il punto di arrivo, la direzione, il volo della palla, la sensazione complessiva del colpo.

L’obiettivo non è pensare più intensamente.

È vedere.

Questa pratica si ispira direttamente alla visualizzazione descritta da Nicklaus.

2. Il bersaglio intermedio

Una volta individuata la traiettoria, si può scegliere un piccolo riferimento sul terreno — per esempio un filo d’erba o una foglia — lungo la linea del colpo.

L’idea è semplice: invece di mantenere continuamente nella mente l’intera geometria del gesto, si utilizza un riferimento concreto e immediato.

Questa pratica può essere considerata una proposta di allenamento dell’attenzione; non la presento come una tecnica scientificamente dimostrata nella specifica forma qui descritta.

3. Immaginazione dinamica

Invece di ripetere sempre lo stesso colpo, si può immaginare un intero percorso, alternando bastoni, distanze e traiettorie.

L’obiettivo è evitare che l’immaginazione diventi una ripetizione meccanica.

Ogni volta occorre costruire una nuova situazione.

Si può persino accentuare deliberatamente l’immagine: immaginare, per esempio, che la palla lasci una scia luminosa come una cometa.

Qui siamo chiaramente nel territorio della creatività e dell’esplorazione personale.

4. Visualizzazione polisensoriale

Infine, si può praticare la visualizzazione a secco.

Prima osservare mentalmente se stessi mentre si esegue il movimento; poi immaginare la scena in prima persona.

Sentire l’impugnatura.

Percepire il peso sui piedi.

Immaginare il movimento.

Ascoltare il suono dell’impatto.

Vedere la traiettoria.

La ricerca sull’imagery motoria suggerisce che l’immaginazione del movimento non sia una fantasia priva di conseguenze: può coinvolgere processi collegati alla preparazione e all’esecuzione dell’azione e, in determinate condizioni, contribuire all’apprendimento e alla prestazione.

Ma non direi che questo esercizio “sedimenta nell’inconscio una memoria di assoluta sicurezza”.

Più precisamente direi che l’esercizio può contribuire a rendere più familiare, mentalmente e sensorialmente, la rappresentazione del movimento che si desidera eseguire.

Ed è proprio qui che ritorna il tema dell’articolo.

Non tutto ciò che siamo capaci di fare, di creare e di intuire nasce da un calcolo cosciente.

Alcune possibilità emergono soltanto dopo che abbiamo dato al corpo, alla pratica e all’esperienza il tempo di insegnarci ciò che, all’inizio, non sapevamo nemmeno di poter fare.

Forse “allenarsi” significa anche rendere possibile ciò che, prima dell’esperienza, non riuscivamo nemmeno a immaginare.

Ad Maiora.

Claudia Radi


Fonti e riferimenti

Biomeccanica dello swing

Watson, A. et al., Ground Reaction Force and Centre of Pressure During the Golf Swing and Associations with Clubhead Speed and Skill Level: A Systematic Review, Sports Medicine, 2026.

La revisione sistematica esamina 24 studi sul rapporto fra forze di reazione del terreno, centro di pressione, velocità della testa del bastone e livello di abilità.

Tradizione della didattica del golf

Ernest Jones, Swing the Clubhead, 1952.

Riferimento storico alla concezione dello swing come movimento unitario del bastone e alla riduzione della frammentazione cosciente del gesto.

Flow

Mihaly Csikszentmihalyi, Flow: The Psychology of Optimal Experience, 1990.

Riferimento fondamentale per il concetto psicologico di flow.

Bob Rotella, Golf Is Not a Game of Perfect, 1995.

Testo di psicologia sportiva divulgativa dedicato alla dimensione mentale del golf.

Imagery e visualizzazione

Jack Nicklaus, Golf My Way, 1974.

Fonte primaria per la descrizione della visualizzazione del colpo attraverso la metafora del “film a colori”.

Analisi qualitativa del movimento

Laban Movement Analysis (LMA).

Riferimento metodologico per l’analisi qualitativa del movimento umano; richiamato in questo articolo come parallelo concettuale, non come prova scientifica della metafora degli elementi.

Riferimento filosofico-culturale

Eugen Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco, 1948.

Richiamato come riferimento filosofico-culturale sul rapporto fra pratica, intenzione, gesto e spontaneità, non come fonte scientifica.

Ipofrontalità transitoria

Arne Dietrich, studi sulla transient hypofrontality.

Richiamati nell’articolo come ipotesi teorica relativa ad alcuni stati di alterazione della coscienza e della prestazione, non come spiegazione scientificamente conclusiva del flow.

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