Donna legge il New York Times, simbolo della riflessione sull'emancipazione femminile e sulla libertà delle donne.

Libertà individuale e libertà collettiva: le cosiddette «battaglie sbagliate» del femminismo

Una domanda preliminare

Che cosa significa, oggi, essere una donna libera?

La domanda potrebbe sembrare superata. Le donne studiano, lavorano, votano, ricoprono incarichi pubblici, dirigono aziende ed esercitano professioni un tempo esclusivamente maschili.

Una donna può persino diventare Presidente del Consiglio.

E allora perché parlare ancora di femminismo?

La domanda viene in mente leggendo alcune recenti dichiarazioni della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al New York Times.

Nell’intervista pubblicata il 21 agosto ’26, parlando della sua scelta di essere chiamata «il presidente» e delle quote di genere, Meloni ha sostenuto che le femministe hanno combattuto «le battaglie sbagliate».

E, spiegando che cosa significhi per lei l’uguaglianza, ha detto che ciò che le interessa è essere libera di diventare Presidente del Consiglio: «Questa è uguaglianza, non essere chiamata “la presidente”».

È una posizione legittima. Una donna che raggiunge la più alta carica di governo dimostra concretamente che una donna può arrivare dove, per lungo tempo, alle donne è stato difficile arrivare.

Ma proprio questa affermazione induce a una domanda diversa: la libertà di una singola donna può essere considerata la misura della libertà delle donne?

E ancora: una donna è veramente libera quando riesce individualmente a conquistare uno spazio nel mondo del potere, oppure quando non ha più bisogno che quel mondo le conceda il permesso di entrarvi?

Questa seconda domanda mi sembra molto più difficile e, soprattutto, molto più vicina al cuore della riflessione femminista.

Una conquista individuale è una conquista collettiva?

Non c’è dubbio che il successo di una donna abbia un valore simbolico enorme. Per una ragazza vedere una donna occupare una posizione di potere può significare: anch’io posso farlo. È un messaggio importante.

Ma c’è un passaggio logico che non dovremmo compiere: trasformare la possibilità di successo di alcune donne nella dimostrazione che il problema della subordinazione femminile sia ormai superato.

Una donna può arrivare al vertice e, contemporaneamente, milioni di altre donne possono continuare a incontrare discriminazioni, disparità economiche, violenze e condizionamenti sociali che limitano le loro scelte.

Il successo dell’eccezione non cancella la condizione della maggioranza.

È qui che la distinzione tra libertà individuale e libertà collettiva diventa essenziale.

La libertà individuale dice: io posso farcela.

La libertà collettiva domanda: quante di noi possono farcela? E a quali condizioni?

La prima riguarda la capacità di un individuo di superare gli ostacoli. La seconda riguarda la società che quegli ostacoli produce, conserva o rimuove.

Non vorrei che la donna che riesce a emergere diventasse, involontariamente, la prova utilizzata per dire alle altre: se lei ce l’ha fatta, allora il problema non esiste.

Perché il problema potrebbe essere proprio questo: quanto deve essere straordinaria una donna per poter essere considerata degna di esercitare un suo diritto?

Il permesso di entrare nella stanza

Ed è qui che torna una domanda che, forse, può sembrare brutale, ma che considero centrale:

È ancora necessario conquistare il consenso di quel potere maschile che ci permetta di emergere?

Dobbiamo ancora essere abbastanza abili, abbastanza rassicuranti, abbastanza adattabili alle regole del potere esistente, perché quel potere ci riconosca degne di occupare uno spazio nostro al suo interno?

Se fosse così, potremmo chiamare tutto questo libertà?

Una donna può certamente conquistare individualmente il proprio spazio.

Ma un’altra cosa è chiedersi se quello spazio sia davvero suo per diritto oppure se continui, almeno simbolicamente, a essere uno spazio concesso.

La differenza è sottile ma fondamentale.

Essere ammessa non significa necessariamente essere libera.

Essere ammessa significa che qualcuno ha aperto la porta.

Essere libera significa non avere bisogno che qualcuno apra quella porta.

Il femminismo, nella sua storia più profonda, ha cercato proprio di trasformare la concessione in diritto.

Le «battaglie sbagliate»

Per questo faccio fatica ad accettare l’espressione «battaglie sbagliate» riferita alle battaglie femministe per l’uguaglianza di genere.

Possiamo certamente discutere sull’efficacia di una singola battaglia, criticare una strategia, rifiutare una determinata forma di militanza.

Il femminismo non è stato, e non è, un pensiero unico.

Ma prima di definire sbagliate quelle battaglie dovremmo tornare alla memoria del passato e ricordare che cosa chiedevano le donne che per prime le combatterono.

Le suffragiste e le suffragette britanniche non chiedevano privilegi.

Chiedevano di essere riconosciute come cittadine.

Molte di loro pagarono personalmente un prezzo molto alto per una libertà che non avrebbero necessariamente potuto vedere realizzata nella propria vita.

Furono arrestate e incarcerate; alcune intrapresero scioperi della fame e furono sottoposte all’alimentazione forzata.

Nel 1918 il Parlamento britannico riconobbe il diritto di voto ad alcune donne sopra i trent’anni; l’uguaglianza elettorale con gli uomini sarebbe arrivata soltanto nel 1928.

Quelle donne avevano dunque combattuto una «battaglia sbagliata»?

Dipende da che cosa intendiamo per sbagliata.

Se per emancipazione intendiamo la possibilità per una donna di adattarsi alle regole esistenti e di riuscire individualmente, forse quelle battaglie possono apparire eccessive, conflittuali, persino inutili.

Se invece intendiamo l’emancipazione come trasformazione delle condizioni che rendono possibile o impossibile la libertà, allora quelle battaglie non furono affatto sbagliate.

Furono necessarie.

Simone de Beauvoir: la libertà come problema

È a questo punto che il richiamo alla filosofa Simone de Beauvoir diventa indispensabile.

Nata a Parigi nel 1908 e morta nel 1986, de Beauvoir è stata filosofa, scrittrice e intellettuale. Legata a Jean-Paul Sartre, ha sviluppato una riflessione originale sull’esistenza, sulla libertà e sulla condizione femminile.

Tra le sue opere ricordiamo L’invitata, Il sangue degli altri, Per una morale dell’ambiguità, I mandarini e numerosi testi autobiografici. Ma è soprattutto Il secondo sesso, pubblicato nel 1949, a segnare una svolta nella storia del pensiero femminista.

Il punto di partenza di de Beauvoir è esistenzialista: l’essere umano non è semplicemente ciò che la natura o la società stabiliscono che sia, ma si costruisce attraverso le proprie scelte e i propri progetti.

La libertà, però, non è mai astratta.

Ognuno di noi nasce dentro una situazione che non ha scelto — una famiglia, una società, un’epoca storica, un corpo, una condizione economica — e può cercare di trasformarla, ma non fingere che essa non esista.

Per questo la libertà è sempre una libertà situata.

Una donna può essere formalmente libera di diventare ciò che vuole e, nello stesso tempo, vivere in condizioni che rendono molto più difficile esercitare quella libertà.

«Donna non si nasce, lo si diventa»

È qui che compare la celebre frase di de Beauvoir:

«Donna non si nasce, lo si diventa».

Non significa che la differenza biologica non esista. Significa che la società costruisce intorno a quella differenza un sistema di significati, aspettative e ruoli.

Alla bambina viene insegnato che cosa significhi essere una «brava bambina»; alla ragazza che cosa significhi essere «femminile»; alla donna che cosa significhi essere una buona moglie, una buona madre, una donna desiderabile, una professionista capace ma non troppo aggressiva.

La biologia diventa così destino sociale.

De Beauvoir mostra che la subordinazione non nasce semplicemente dalla differenza tra uomo e donna, ma dal modo in cui quella differenza viene trasformata in una gerarchia. La cultura occidentale ha infatti costruito l’uomo come soggetto universale e la donna come ciò che si definisce in rapporto a lui.

Ed è proprio qui che nasce il concetto di alterità.

La donna come «Altro»

L’uomo è il soggetto.

La donna è l’Altro.

Non significa semplicemente che uomo e donna sono differenti. Significa che uno dei due viene assunto come norma e l’altra viene definita in relazione a quella norma.

L’uomo è semplicemente l’uomo e può rappresentare l’universale.

La donna è “la donna”, spesso percepita come particolarità.

Questo meccanismo è molto più profondo di una discriminazione esplicita. Può sopravvivere anche quando le leggi hanno riconosciuto formalmente l’uguaglianza.

E proprio per questo una donna può conquistare un posto importantissimo nella società senza che sia necessariamente cambiato tutto ciò che rende le donne «Altro».

La questione, allora, non è soltanto se una donna possa entrare nella stanza, ma chiedersi chi abbia costruito quella stanza, secondo quali regole e perché una donna abbia dovuto aspettare così a lungo per entrarvi.

Non diventare uguale all’uomo per essere libera

C’è un’altra intuizione di de Beauvoir che trovo particolarmente importante.

La liberazione non consiste nel dire alla donna: diventa come un uomo e allora sarai libera. Anche questa sarebbe una forma di subordinazione, perché continuerebbe a considerare il maschile come modello universale.

De Beauvoir mette in discussione proprio questa idea: la donna deve poter conquistare la propria indipendenza senza dover cancellare la propria specificità o assumere necessariamente il modello maschile come misura dell’umano. L’uguaglianza non significa perdita dell’identità.

La vera emancipazione consiste nella possibilità di essere soggetto, non nella semplice possibilità di imitare il soggetto dominante.

E qui la distinzione iniziale torna con tutta la sua forza.

Una donna che raggiunge il vertice del potere dimostra soltanto che anche una donna può farlo.

Ma la libertà collettiva chiede qualcosa di più:che nessuna donna debba essere considerata straordinaria dall’opinione pubblica, alimentata dai media, per riconoscerle il diritto di essere libera di esprimere se stessa.

Libertà di una donna, libertà delle donne

Forse la questione femminista del nostro tempo è proprio questa.

Abbiamo conquistato molte libertà individuali, ma non possiamo per questo considerare conclusa la storia dell’emancipazione.

La possibilità di studiare non significa che tutte abbiano le stesse opportunità degli uomini, né che abbiano necessariamente pari riconoscimento e pari retribuzione.

La possibilità di lavorare non significa che il lavoro abbia ancora oggi lo stesso valore sociale, economico e professionale per uomini e donne.

La possibilità di occupare una posizione di potere non significa che il potere abbia smesso di essere strutturato secondo modelli prevalentemente maschili. E non significa neppure che l’accesso a quel potere abbia modificato il concetto di alterità riferito alle donne: «l’altra» e non il soggetto, che resta maschile.

La possibilità di scegliere non significa necessariamente avere le condizioni materiali, culturali e psicologiche per farlo davvero. Spesso è proprio la condizione nella quale ci troviamo a limitare la possibilità di scelta. È su questo punto che le istituzioni dovrebbero intervenire, riducendo quel divario che ancora allontana la donna dal considerarsi ed essere considerata «soggetto».

È questa la differenza tra libertà individuale e libertà collettiva.

La prima può essere conquistata anche controcorrente e adattandosi allo status quo.

La seconda richiede che la corrente cambi e che cambino le condizioni per l’accesso a quella stanza, rendendolo possibile sia agli uomini sia alle donne che lo vogliano e abbiano le capacità per accedervi.

Una domanda che rimane aperta

Non vorrei concludere dicendo che una donna che raggiunge il potere grazie alle proprie capacità debba necessariamente considerarsi debitrice del femminismo. Però lo penso.

Penso anche che non tutte le battaglie femministe siano state necessariamente giuste, efficaci o condivisibili, ma non ho vissuto quei tempi e non posso capire fino in fondo il tormento causato dalla completa assenza di diritti.

Credo senz’altro che prima di giudicarle dovremmo ricordarci quale fosse la domanda fondamentale che le animava:

chi ha il diritto di decidere della propria vita se non la persona stessa?

E allora ritorna la domanda da cui siamo partiti.

Una donna è davvero libera quando riesce a conquistare individualmente uno spazio che per secoli è stato riservato agli uomini?

Oppure è libera quando quello spazio non è più percepito come maschile e quando nessuno deve concederle il permesso di occuparlo?

Forse la vera emancipazione non consiste nel riuscire a diventare l’eccezione che supera le barriere.

Consiste nel fare in modo che quelle barriere non esistano più e che le capacità possano essere semplicemente riconosciute ed espresse.

Il femminismo non ha chiesto che qualche donna fosse autorizzata a entrare nella stanza degli uomini.

Ha chiesto, e continua a chiedere, che l’accesso a quella stanza sia possibile per tutte e senza l’autorizzazione del soggetto-uomo.

E allora la domanda finale non può che essere questa:

Una forma di emancipazione che consente a una donna di vincere individualmente, ma lascia intatta la condizione di subordinazione di molte altre donne, è davvero una vittoria?

E possiamo davvero considerarci delle «vincenti» se la nostra libertà individuale non contribuisce ad ampliare quella delle altre?

Ecco le consuete domande che ci assillano e che la stessa Simone de Beauvoir ci consegna ancora oggi, in una struttura sociale diventata un labirinto dal quale non sempre si riesce a uscire prima di morire.

Claudia Radi

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Claudia Radi è Commercialista, Giurista, Advisor nella gestione delle crisi da sovraindebitamento e d’impresa, nonché Revisore legale dei conti.

È iscritta all’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Roma – Sezione A dal 1988. Dal 19 aprile 2023 risulta trasferita d’ufficio al nuovo Ordine territoriale di Velletri (RM).

È inoltre iscritta nel Registro dei Revisori legali dei conti dal 1999.

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