Sei donne di diversa nazionalità sono disposte in fila e riprese frontalmente secondo una prospettiva di taglio. La composizione prospettica e le espressioni serie, quasi robotiche, restituiscono l'immagine di individui diversi per origine e aspetto, ma uniformati nella postura e nello sguardo.

Corruzione: dall’adattamento dell’individuo alla trasformazione dell’istituzione

Un’analisi del fenomeno attraverso le lenti di Goffredo Parise e Max Weber

Esistono lenti diverse per mettere a fuoco la realtà. Poi ci sono i fatti, le istituzioni e i comportamenti osservabili, a dover parlare.

È questa la premessa da cui vorrei partire per riflettere su un fenomeno sociale del quale si parla molto, ma che forse viene osservato troppo spesso attraverso una sola lente: la corruzione.

Quando diciamo che un’istituzione è corrotta, intendiamo necessariamente che qualcuno ha violato una legge? Oppure può esistere una forma di corruzione che precede, e in alcuni casi non coincide affatto con, l’illecito?

È questa la domanda che mi ha spinto a scrivere.

Lo spunto mi è arrivato anche da alcune riflessioni del prof. Orsini, tra i personaggi pubblici che seguo, il quale ha richiamato il concetto di “corruzione” attraverso Goffredo Parise e Max Weber.

Non intendo ricostruire qui una teoria della corruzione elaborata da questi due autori.

Vorrei piuttosto utilizzare alcune loro prospettive come lenti diverse attraverso le quali osservare il fenomeno.

La lente di Parise: osservare ciò che gli uomini fanno

Goffredo Parise (Vicenza 1929 – Treviso 1986) è stato scrittore e giornalista, ma anche uno straordinario osservatore dei comportamenti umani e dei meccanismi sociali.

La sua capacità di penetrazione psicologica, la satira dell’industria culturale e la denuncia dell’alienazione neocapitalistica sono elementi ben riconosciuti dalla critica.

Per questa riflessione, tuttavia, mi interessa soprattutto il suo modo di guardare la realtà.

Parise non parte necessariamente da una teoria per cercare nella realtà ciò che la conferma.

Fa spesso il contrario: osserva gli esseri umani, registra i loro comportamenti, cerca le costanti e da queste ricava una concezione dell’uomo e della società.

È quindi un osservatore empirico dell’umano, anche se non nel senso metodologico proprio della ricerca scientifica.

Ed è proprio questo atteggiamento che rende la sua prospettiva interessante quando si studiano il potere e le istituzioni: non chiedersi soltanto che cosa gli uomini dichiarano di essere, ma osservare ciò che fanno realmente.

Una delle chiavi per comprendere questa visione è probabilmente Charles Darwin.

Parise entrò profondamente in contatto con il pensiero darwiniano e ne fece un riferimento importante della propria elaborazione successiva. In una lettera a Italo Calvino del 20 luglio 1964 scriveva: «il mondo della natura (Darwin in testa) è un mondo indifferenziato e le differenziazioni avvengono principalmente e soltanto nelle specie in evoluzione».

La sua lettura dell’essere umano tende così ad assumere una prospettiva evoluzionistica.

Non nel senso semplicistico per cui “vince il più forte”, ma nel senso di un individuo che, inserito in un ambiente, compete, si adatta, cerca vantaggi, costruisce alleanze, forma gerarchie e modifica il proprio comportamento in funzione delle condizioni nelle quali si trova.

Da questo punto di vista, la società non appare innanzitutto come una costruzione razionale.

È anche un ambiente nel quale gli individui cercano di sopravvivere e di affermarsi socialmente.

E qui emerge una conseguenza importante.

Le persone possono proclamare ideali, valori, democrazia, patria, socialismo, liberalismo, giustizia o progresso e, contemporaneamente, perseguire potere, status, sicurezza, appartenenza, carriera, denaro o prestigio.

Parise tende a guardare dietro il linguaggio dichiarato, per cercare il comportamento reale.

La domanda, allora, non è soltanto:

“Che cosa dice di fare questa istituzione?”

Ma:

“Quale comportamento viene effettivamente premiato dall’ambiente nel quale questa istituzione opera?”

È una domanda che ci avvicina alla nostra riflessione sulla corruzione.

L’individuo che si adatta

Questa intuizione emerge con particolare forza ne Il padrone, del 1965.

L’opera può essere letta come una rappresentazione dei meccanismi dell’organizzazione e dei rapporti di potere all’interno dell’impresa.

L’individuo non viene necessariamente costretto con la violenza. Viene adattato.

Impara che cosa deve dire, come deve comportarsi, chi deve compiacere, quali opinioni sono convenienti, quali comportamenti favoriscono la carriera e quali possono essere pericolosi.

Progressivamente interiorizza la logica dell’organizzazione.

Ed è qui che la prospettiva di Parise diventa particolarmente utile.

L’individuo entra in un sistema.
Il sistema premia determinati comportamenti.
L’individuo si adatta.
L’adattamento viene premiato.
Chi viene premiato contribuisce a riprodurre il sistema.

Nel tempo, ciò che inizialmente era una strategia individuale di adattamento può diventare una norma informale: il modo “normale” di comportarsi all’interno dell’organizzazione.

A quel punto nessuno deve necessariamente “corrompere” nessuno.

Il sistema può produrre spontaneamente il comportamento che gli è funzionale.

È questo il passaggio che mi interessa particolarmente: la corruzione può non essere soltanto un atto compiuto da un individuo contro una regola, ma anche il risultato di un processo attraverso il quale un sistema seleziona, premia e normalizza determinati comportamenti che si allontanano dalla funzione originaria della regola.

Dall’individuo alla struttura: Weber

Ma osservare l’individuo che si adatta non è sufficiente.

Dobbiamo porci una domanda ulteriore: com’è fatto l’ambiente al quale quell’individuo si adatta?

Quali sono le regole che lo organizzano? Chi stabilisce ciò che è legittimo? E come fa un sistema a trasformare determinati comportamenti individuali in comportamenti normali, prevedibili e infine istituzionalizzati?

Qui la lente di Parise non è più sufficiente. Non perché sia sbagliata, ma perché dobbiamo spostare il punto di osservazione: dall’individuo alla struttura.

Ed è qui che entra in scena Max Weber, uno dei principali fondatori della sociologia moderna.

I suoi strumenti concettuali permettono di studiare l’azione sociale, il potere, la legittimità, la burocrazia e i processi di razionalizzazione.

Anche Weber, però, non si accontenta delle dichiarazioni formali. Non gli interessa soltanto ciò che un’istituzione dice di essere, ma anche come funziona realmente.

Uno degli strumenti attraverso i quali Weber analizza la realtà è il “tipo ideale”: non un modello perfetto al quale la realtà dovrebbe corrispondere, ma uno strumento analitico che consente di mettere a fuoco alcuni tratti di un fenomeno e confrontarli con la realtà concreta.

È, in altre parole, una lente.

Ed è proprio ciò che ci serve. Perché se Parise ci insegna a guardare ciò che fanno realmente gli uomini, Weber ci aiuta a guardare la struttura di relazioni dentro la quale quegli uomini agiscono.

Immaginiamo, per esempio, un’amministrazione pubblica. Formalmente esistono regole, procedure, competenze, gerarchie, criteri e responsabilità attraverso le quali le decisioni dovrebbero essere prese.

È, semplificando, la logica della burocrazia razionale-legale che Weber analizza: un’organizzazione regolata da norme impersonali, competenze definite e procedure prevedibili.

La realtà concreta, tuttavia, può introdurre elementi diversi: relazioni personali, favoritismi, appartenenze, reciprocità, interessi privati e rapporti di fedeltà.

A questo punto emerge una frattura:

da una parte la funzione dichiarata dell’istituzione; dall’altra i comportamenti effettivamente prodotti al suo interno.

La domanda sulla corruzione cambia allora prospettiva. Non è più soltanto:

“Chi ha commesso un illecito?”

Diventa:

“Quali meccanismi consentono a interessi particolari, relazioni personali o logiche di appartenenza di penetrare in una struttura che formalmente dovrebbe funzionare secondo criteri impersonali?”

La prospettiva weberiana permette inoltre di considerare un altro elemento decisivo: la legittimità.

Questo introduce un elemento fondamentale nella nostra riflessione.

Un sistema sociale non funziona soltanto perché qualcuno comanda.

Funziona anche perché le persone, in misura maggiore o minore, riconoscono come valide le regole, le autorità e le procedure attraverso le quali il potere viene esercitato.

Ed è proprio qui che si apre un possibile problema: che cosa accade quando la struttura conserva formalmente quelle regole, ma al suo interno si affermano comportamenti che ne alterano progressivamente la funzione?

Razionalizzazione e adattamento

La modernità, secondo Weber, è caratterizzata da un vasto processo di razionalizzazione: sempre più ambiti della vita vengono organizzati secondo criteri di calcolabilità, prevedibilità, specializzazione, formalizzazione e controllo.

Questo produce enormi capacità organizzative, ma inserisce anche gli individui dentro strutture sempre più definite, nelle quali regole, procedure, competenze e gerarchie orientano il comportamento.

Qui Parise e Weber possono incontrarsi, pur partendo da prospettive profondamente diverse.

Parise ci mostra l’uomo che si adatta all’ambiente.

Weber ci aiuta a comprendere la progressiva organizzazione dell’ambiente nel quale quell’uomo è chiamato ad adattarsi.

Uno guarda soprattutto il comportamento; l’altro ci aiuta a comprendere la struttura che rende quel comportamento possibile, conveniente, legittimo o prevedibile.

È dall’incontro di queste due prospettive che possiamo tornare alla parola dalla quale siamo partiti: corruzione.

Che cos’è, allora, la corruzione?

Ai fini di questa riflessione, possiamo proporre una definizione più ampia di quella esclusivamente giudiziaria.

Un sistema comincia a corrompersi quando interessi particolari e logiche estranee alla sua funzione originaria riescono progressivamente a sostituire, orientare o deformare quella funzione.

La corruzione, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con la violazione della legge.

Un politico può non commettere alcun illecito e tuttavia agire secondo una logica che corrompe la funzione istituzionale che dovrebbe esercitare.

Un giornalista può non ricevere denaro da nessuno e tuttavia produrre un’informazione corrotta se la funzione dell’informazione viene subordinata sistematicamente a interessi estranei alla ricerca e alla comunicazione dei fatti.

Un dirigente pubblico può non commettere alcun reato e tuttavia amministrare nell’interesse della propria carriera anziché nell’interesse dell’istituzione.

Un’università può rispettare formalmente tutte le procedure e tuttavia vedere progressivamente corrotta la propria funzione se la ricerca, le nomine e la circolazione delle idee vengono subordinate a logiche estranee alla ricerca della conoscenza.

In tutti questi casi, la questione fondamentale non è soltanto se la regola sia stata violata.

La domanda è se la funzione dell’istituzione sia stata preservata.

Ed è qui, secondo me, che il concetto di corruzione diventa più interessante.

La corruzione non è necessariamente la violazione della regola. Può essere la trasformazione della funzione della regola.

E questa trasformazione può avvenire attraverso l’adattamento degli individui al sistema.

Dalla deviazione alla normalità

Possiamo allora immaginare un processo:

un sistema crea determinati incentivi; gli individui si adattano a quegli incentivi; i comportamenti più funzionali al sistema vengono premiati; i comportamenti premiati vengono imitati e normalizzati; la normalizzazione produce nuove aspettative; le nuove aspettative finiscono per modificare il funzionamento concreto dell’istituzione.

A quel punto il comportamento originariamente “deviante” può non apparire più deviante.

Diventa normale.

Ed è forse proprio qui che si trova la forma più difficile da riconoscere della corruzione: quando la distorsione della funzione non viene più percepita come una distorsione.

Non è più necessario che qualcuno dica:

“Fai questo perché ti conviene.”

L’ambiente lo ha già insegnato.

L’individuo ha imparato quali comportamenti vengono premiati, quali sono tollerati e quali invece hanno un costo.

E così può accadere che persone perfettamente razionali, nel senso di capaci di perseguire efficacemente i propri interessi, contribuiscano inconsapevolmente alla riproduzione di un sistema che si è progressivamente allontanato dalla propria funzione originaria.

È questo, forse, il punto più inquietante.

La corruzione sistemica non ha necessariamente bisogno di individui corrotti.

Può avere bisogno soltanto di individui che si adattino perfettamente a un sistema corrotto.

Parise ci aiuta a vedere l’uomo che si adatta.

Weber ci aiuta a vedere la struttura che organizza e legittima quell’adattamento.

E l’incontro tra queste due lenti ci permette di formulare una domanda diversa da quella con cui normalmente affrontiamo la corruzione:

non soltanto “Chi ha violato la regola?”, ma “Che cosa sta diventando normale all’interno di questo sistema, e quanto questa normalità si è ormai allontanata dalla funzione che il sistema dovrebbe svolgere?”

Forse è proprio da questa domanda che dovremmo ricominciare a osservare la corruzione.

Chi non si adatta paga il prezzo, ma chi si è adattato ha perso di più

A questo punto, però, le due prospettive mi permettono di mettere a fuoco un’ulteriore conseguenza, che considero particolarmente importante.

Parise mostra come l’individuo si adatti all’ambiente nel quale è inserito. Weber permette di osservare come quell’ambiente possa progressivamente organizzarsi secondo logiche diverse dalla funzione formale delle sue istituzioni.

È dall’incrocio di queste due prospettive che nasce la riflessione che segue.

Se la corruzione viene intesa soltanto come violazione della legge, rischiamo di osservare soprattutto chi corrompe e chi viene corrotto.

Se invece la osserviamo come progressiva trasformazione della funzione di un’istituzione, dobbiamo guardare anche a chi rimane fuori da questo processo.

E qui compare una figura raramente messa al centro dell’analisi: il cittadino comune.

È la persona che non ha conoscenze importanti, non appartiene a una rete di potere e non conosce la persona giusta da chiamare. Non conosce le consuetudini informali attraverso le quali ottenere più rapidamente un risultato e, soprattutto, spesso non sa nemmeno che esistano.

Continua a comportarsi come se la funzione dichiarata delle regole fosse ancora quella effettivamente praticata dal sistema.

Presenta una domanda seguendo la procedura. Aspetta il proprio turno. Partecipa a una selezione confidando nei criteri dichiarati. Si rivolge a un’amministrazione aspettandosi che la propria posizione venga valutata secondo norme impersonali. Si aspetta che un concorso premi il merito e che un’istituzione pubblica agisca nell’interesse pubblico.

Non si adatta alla distorsione perché non vuole farlo, non sa farlo o semplicemente non accetta che quella distorsione faccia parte delle regole del gioco.

Ed è proprio qui che la corruzione sistemica produce uno dei suoi effetti più profondi.

Crea una disuguaglianza tra chi conosce il sistema e si è adeguato alle sue distorsioni e chi conosce soltanto le regole e la loro funzione originaria.

Il fenomeno può essere favorito anche dall’assottigliarsi delle risorse disponibili. Quando queste non sono sufficienti a garantire a tutti ciò che formalmente spetterebbe, aumenta lo spazio nel quale possono inserirsi criteri informali di selezione.

Chi conosce il sistema può anticipare i comportamenti, individuare le persone da contattare, ottenere informazioni non disponibili a tutti e comprendere quali criteri formali siano realmente decisivi e quali possano essere aggirati o reinterpretati.

Chi non dispone di queste conoscenze continua a seguire la procedura ufficiale.

E può scoprire, spesso troppo tardi, che la procedura ufficiale non è più sufficiente a ottenere il risultato che dovrebbe garantire.

Il diritto rimane formalmente uguale per tutti, ma l’accesso effettivo a quel diritto diventa diseguale.

E così può accadere qualcosa di paradossale:

chi rispetta le regole diventa meno competitivo di chi ha imparato a interpretare il sistema al di là delle regole.

Questo non significa che ogni relazione personale sia corruzione, né che ogni forma di informalità sia illegittima. Il problema nasce quando l’accesso alle opportunità, ai diritti o alle funzioni di un’istituzione dipende sistematicamente da elementi estranei ai criteri che quella stessa istituzione dichiara di utilizzare.

A quel punto viene danneggiata anche la fiducia nella regola.

Il cittadino comprende che rispettare la procedura non è necessariamente sufficiente e si trova davanti a una scelta perversa: continuare a rispettare le regole, accettando di essere svantaggiato, oppure imparare anch’egli a muoversi secondo le logiche informali del sistema.

È qui che la corruzione sistemica può diventare autoriproduttiva.

Quello che ieri appariva come un’ingiustizia, domani può diventare semplicemente “il modo in cui funzionano le cose”.

Il sistema non deve più convincere le persone che la distorsione sia giusta.

È sufficiente convincerle che sia inutile comportarsi diversamente.

Ma adattarsi a un sistema corrotto significa, a poco a poco, corrompere anche se stessi e la propria coscienza: cambiano le lenti attraverso le quali guardiamo il mondo e le persone.

E allora anche i tramonti non avranno più la stessa luce, né lo sguardo di una donna o quello di un uomo riusciranno a trasferire le stesse sensazioni, perché non è più soltanto il mondo ad essere cambiato, ma anche noi e il nostro modo di guardarlo.

La corruzione, allora, non sottrae soltanto una risorsa a qualcuno, ma modifica le aspettative con le quali i cittadini entrano in rapporto con le istituzioni.

Può insegnare che il merito conta meno delle relazioni, che la procedura conta meno dell’intermediazione, che il diritto formale conta meno della capacità di trovare una scorciatoia.

Ed è qui che la corruzione diventa un problema sociale: quando chi rispetta le regole viene sistematicamente svantaggiato rispetto a chi si adatta alle distorsioni del sistema, il comportamento conforme alla legge smette progressivamente di apparire conveniente.

Il sistema, senza modificare necessariamente una sola norma, può così iniziare a selezionare un diverso tipo di comportamento.

Non premia più chi rispetta meglio la funzione dell’istituzione, ma premia chi comprende meglio come ottenere un vantaggio dentro la sua distorsione.

Claudia Radi

Per approfondire

Per chi desiderasse approfondire alcuni dei temi richiamati in questo articolo, segnalo di seguito alcuni precedenti contributi pubblicati sul blog:

10 gennaio 2024Tratto da «L’origine dell’uomo» di Darwin. Traduzione italiana di M. Lessona, Torino, UTET, 1882                                                                                                                                                      https://claudiaradi.blog/tratto-da-lorigine-delluomo-di-darwin-traduzione-italiana-di-m-lessona-torino-utet-1882/ )

30 dicembre 2025L’origine evolutiva e l’unità dell’essere: riflessioni sulla natura dell’uomo https://claudiaradi.blog/lorigine-evolutiva-e-lunita-dellessere-riflessioni-sulla-natura-delluomo/

24 luglio 2026Pensieri periodici dal blog: «Chi teme Dio e chi ama Dio»                                  https://claudiaradi.blog/pensieri-periodici-dal-blog-chi-teme-dio-e-chi-ama-dio/)

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